C’è ancora la dinastia mafiosa? Si ragiona sul dopo Riina

Il Re è morto, viva il Re. Lo starà dicendo, probabilmente in modo molto più prosaico, qualche nuovo mafioso in ascesa o qualche boss dal potere già consolidato. Perché ora si apre ufficialmente la successione a Riina dentro Cosa nostra.

Sino a oggi, un po’ alla maniera di quanto avviene nelle dinastie reali (con i dovuti distinguo, va da sé), tutti i pretendenti al trono hanno preferito non sguainare la spada, attendendo che il sovrano passasse a miglior vita. Adesso che il capo dei capi è ormai defunto, chi prenderà lo scettro di Cosa nostra? E soprattutto continuerà a esserci una struttura di vertice dell’organizzazione mafiosa o ci saranno gruppi sparsi?

Secondo Salvatore Lupo, uno dei massimi esperti di mafia, Cosa nostra oggi non ha necessariamente un’organizzazione piramidale. Ci sono bande che fanno affari, hanno relazioni fra loro. Ma cosa accadrà ora che sono morti due antieroi simbolici come Provenzano prima e Riina dopo? Di fatto con loro muore anche una certa mitologia criminale, quella del semianalfabeta di estrazione rurale. Tanti dettagli dividono queste stirpi mafiose da quelle attuali. Dettagli che non si traducono soltanto in strategie e metodi differenti nella gestione dell’organizzazione criminale, ma anche in elementi di non immediata percezione, però essenziali nel marcare la differenza.

Nei covi dei mafiosi in passato venivano ritrovati la Bibbia e tutt’al più “Il padrino” di Mario Puzo. Oggi in carcere i boss leggono Dostoevskij, Tolstoj, Pasternak, Pirandello, Virgilio e Kant. Perché anche gli uomini della Cupola hanno preso una e anche due lauree. Matteo Messina Denaro per anni ha pubblicato su un giornale locale, il 30 novembre di ogni anno, un necrologio in memoria del padre Francesco dedicandogli citazioni latine tratte dall’Ecclesiaste per esempio o da altri autori non propriamente noti ai “punciuti” di Cosa nostra. Più recentemente invece, il boss di Castelvetrano ha scelto uno stile più sobrio, con poche righe, le date della morte e dell’anniversario, il nome del defunto al centro e poi la firma “I tuoi cari”. Vedremo se e quale registro stilistico sceglierà di adottare quest’anno in occasione dell’anniversario della morte del padre.

E sempre in tema di dinastie, balzano agli occhi le distanze fra il passato e il presente. I figli di Provenzano hanno sempre preferito mantenere un profilo più basso, limitando al massimo le apparizioni pubbliche. Di tutt’altro tenore invece i figli di Totò Riina. Salvo ha scritto un libro sulla famiglia, si definisce scrittore e autore nella sua pagina Facebook, ha aperto persino un blog sul quale esprime le proprie opinioni senza censura. E non sono da meno i suoi familiari. Il cognato di Salvo, Tony Ciavirello, marito di Maria Concetta, è un utente appassionato del popolare social network, con all’attivo ben tre profili. Su quello personale oggi spicca il fiocco che si appuntava al braccio, in segno di lutto per la morte del suocero; nella parte relativa alla bio da stamattina si legge una frase singolare, ovvero: “Sono un martire perseguitato dalla Procura di Palermo ogni aiuto è ben gradito”, seguito dal numero di cellulare.

Il genero di Riina ha pure lanciato qualche tempo fa una colletta via Facebook, chiedendo di essere aiutato a mantenere la sua famiglia, dato che il Tribunale ha posto sotto sequestro le sue attività. Anche le due figlie usano i social: una, Lucia, per promuovere le sue creazioni artistiche e l’altra, Maria Concetta, per interagire con altri utenti. Insomma i figli del capo dei capi non si nascondono, usano i nuovi mezzi di comunicazione con una certa dimestichezza, attirando ovviamente i commenti di chi li attacca pubblicamente per le malefatte del padre. Eppure non spariscono, non cancellano i profili. Perché i tempi cambiano e anche l’essere discendente di sangue del capo più famoso nella storia della Cupola oggi assume connotati dissimili rispetto al passato. Un dato infatti è certo, stanotte è morto anche quel pezzo di mafia di cui Riina si vantava dicendo:“Sono un quinta elementare, ma per fare carriera in Cosa nostra non c’è bisogno di una laurea”


Widget not in any sidebars