Corleone, il giorno del silenzio

Chi questa mattina si è svegliato a Corleone, descrive innanzitutto il silenzio. La notizia delle condizioni di salute del superboss si è diffusa in fretta, ieri pomeriggio. “Dal momento in cui ho pubblicato la notizia su Città Nuove – racconta Dino Paternostro, sindacalista e direttore responsabile del quotidiano online di Corleone – la pagina è stata letta da oltre duemila utenti unici. Eppure non ha commentato nessuno”.

Offline, nei bar come in piazza, l’aria che tira è pressoché la stessa. La morte di Totò Riina si commenta in silenzio, sottovoce. “Sì, è rimasta anche una forma di timore nei confronti della stampa – ammette Cosimo Lo Sciuto, giovane segretario della camera del lavoro cittadina -, noi corleonesi siamo obbligati a fare i conti con la stampa, in alcuni casi per imbarazzo, in altri per la paura di essere fraintesi. Poi abbiamo chiaro che l’attenzione mediatica su Corleone sia colpa dei vari Riina e non dei giornalisti, ma in ogni caso resta una diffidenza di fondo nei confronti delle telecamere”.

Anche l’ex sindaco Pippo Cipriani registra “sostanzialmente il silenzio, questa mattina”. Le storie di Riina e di Cipriani si sono intrecciate più volte, nel corso degli anni Novanta. A cominciare dalla confisca di casa Riina a seguito dell’arresto nel ’93, quando Cipriani era il primo inquilino del palazzo del Municipio, in piazza Garibaldi. Quella palazzina nel giro di pochi mesi diventò la nuova sede dell’istituto agrario di Corleone, il modo più diretto e meno retorico per restituire a una comunità intera e ai suoi figli ciò che la famiglia Riina aveva tolto per anni.

“È chiaro che la morte di una persona non suscita mai entusiasmo – aggiunge Cipriani – però passeggiando in giro per il paese si ha la consapevolezza che un bel po’ di danno lo ha fatto questa persona, senza mai dare cenno non dico di pentimento, ma nemmeno di un ripensamento. Insomma, è molto chiaro a tutti che oggi non è morto un santo”.

Resta però il silenzio, a fare da sottofondo a una fredda giornata d’autunno nell’hinterland palermitano. C’è anche un altro elemento, secondo Paternostro: “Una cosa è parlare di mafia, un’altra è parlare di mafiosi. Una parola contro la mafia – conclude – ormai la dicono tutti, contro i mafiosi in carne e ossa, con un nome e un cognome, no”.