Ghito, io ti ricordo così

Me lo ricordo bene quel giovedì, all’incirca le tre del pomeriggio.

Era il 9 gennaio del 1959, dieci giorni dopo avrei compiuto 18 anni, che allora non erano la maggiore età ma qualcosa contavano.

Avevamo appena finito di pranzare, e io ebbi, fulminea, la “pensata”: “Glielo dico ora, che è “stinnicchiato” sulla poltrona col “Giornale di Sicilia” sulla faccia. Glielo dico ora che è mezzo addormentato, se no, come sempre, mi dice di no”.

E glielo dissi.

“Babbo, siccome tra dieci giorni, il 19, faccio diciotto anni, come regalo domenica ora mi fai andare allo Stadio anche se la partita comincia giusto quando noi ci sediamo a tavola per il pranzo?”.

Lui, tirò via il giornale e mi rivolse una prima occhiata per niente incoraggiante, che era come stesse dicendomi. “E tu, mentre mi sto appisolando, mi disturbi per queste sciocchezze?”, ma io incalzai dedicandogli un sorriso strappalacrime e ribadendo il concetto: “Babbo, diciotto anni… Il mio compleanno…”.

Mi parve di cogliere per un attimo – il tempo di un battito di ciglia – un sorriso nel suo volto e incalzai ulteriormente. “ Sì, lo so, le regole sono le regole e una di queste è quella per cui se alle due noi siamo a tavola per il pranzo, io non posso essere allo stadio per la partita… Ma, ripeto, io domenica compio diciotto anni… E un regalo non me lo merito?… Sì?… Beh, il regalo che desidero è andare allo Stadio…”.

Il Babbo era un duro, la disciplina era la sua religione, le regole erano inviolabili in assoluto perché le eccezioni lui non le contemplava.

Mai.

Eppure, quel pomeriggio – sarà stata, da Lassù, la mano della Mamma a sfiorargli il cuore, chissà? – certo è che, il Babbo si drizzò sulle spalle, si fece addirittura una risatella e, scandendo bene le parole, disse: “E va bene, Benvenuto, domenica 19 è il tuo compleanno e ti voglio accontentare!”.

Stavo già facendo salti di gioia quando lui aggiunse: “A una condizione, però…”. E si fermò… come si fermò il mio cuore, ma era solo un falso allarme, perché completò così il concetto: “Vuol dire che da domenica, anzi che alle due, il pranzo lo cominciamo all’una… Sei contento?”.

Contento? Ero fuori di me: in pratica da quella domenica mi fu consentito di andare allo stadio regolarmente , mentre, fino ad allora, potevo vedermi solo gli ultimi minuti di partita, quando aprivano il grande cancello centrale.

A questo punto – e pure prima – qualcuno starà pensando: e che c’entra questo bel quadretto familiare fine anni cinquanta con Vernazza e la sua scomparsa?

C’entra, altro che se c’entra.

Quell’11 gennaio, come d’intesa, il pranzo ebbe inizio all’una anzi che alle due e potete immaginare la velocità (voracità?) con cui io divoravo le pietanze e così poter scappare via verso lo stadio.

Arrivai, trafelato, dopo una lunga corsa: Via Brigata Aosta, Via dei Cantieri, cavalcavia e Via Sampolo lunga quant’è lunga… E poi viale del Fante e finalmente… Eccolo lo stadio e la sua facciata stile liberty dei tempi e le teste dei tifosi che spuntavano come funghi dagli spalti. Già a cento metri di distanza il mio cuore mi rimbombava nel petto quasi come il rullo dei tamburi che arrivava dalla Curva: la Nord, naturalmente, che già allora era la mia Curva.

L’avversario era il Como, ma io avevo occhi solo per la maglia rosa dei miei giocatori: mai visto, cromaticamente e non solo, nulla che mi rapisse di più l’anima.

L’amavo già alla follia, quella maglia, anche se fino a quella domenica l’avevo vista solo per gli ultimi minuti d’ogni partita.

Cos’è il tifo in Curva già lo sapete bene, cos’è nella Curva Nord del Palermo, lo sapete ancora meglio, visto che fu la Curva di Vicè u pazzu e dei picciotti del suo clan, nonché dei vari Club organizzati, tenuti a bada da una donna che, noi rosanero nel sangue, non dimenticheremo mai: la signorina Annamaria Tornabene.

Immaginate da soli come mi sentivo io in quel mio debutto in Curva sin dal primo minuto: impazzito di felicità, con tutto quel rosanero che mi ballava davanti agli occhi e mi “sfruculiava” il cuore fino ad impossessarsene.

Lo notai, subito, quel pomeriggio Santiago Vernazza, detto “Ghito”, con quel numero “7” sulle spalle. Notai subito la sua falcata prepotente lungo la fascia e che, giunto nei pressi dell’area di rigore avversaria, lui si accentrava a faceva partire i suoi bolidi col destro. Me ne innamorai subito perché giocava a testa alta e, ad ogni richiamo, applauso, canto o coro del pubblico, lui alzava le braccia, come a voler ringraziare.

Ma all’improvviso, dopo aver dominato, in un contropiede andò in gol il Como e io sentii come un cazzotto all’altezza del basso ventre. Mi piegai in due dal dolore e mi chiedevo se era tutta colpa di quel gol o del pranzo divorato in un baleno, così da bloccarmi la digestione. Avvertii forti conati di vomito e, siccome non sono mai stato un “eroe”, urlavo come stessero scannandomi: “Ah!… Ahi!… Staiu muriennu!”. E mi contorcevo e piangevo ma … resistevo: “Il Palermo sta perdendo, non posso lasciarlo proprio ora!”. Ma le fitte incrudelivano, c’era un solo modo di tamponarle: il cesso… Ma resistevo e, intanto, il Palermo, pur attaccando furiosamente, non … Finché, un ultimo spasmo mi spedì direttamente nei bagni, subito sotto l’arcata dov’ero sistemato io… E partii come un siluro, che mancavano meno di dieci minuti al 90’… e stavamo ancora 0-1 per il Como.

Una volta in bagno, mi liberai con fatica e, nel mentre, sentivo tutto il fragore della Curva sopra di me. Prima un urlo, poi, un altro e infine un terzo. Erano urla di gioia… E io non c’ero… Io ero lì sotto… E quando in cielo salivano ancora canti e inni, io mi sistemai alla bel’ e meglio e, saltando gli scaloni a due a due, mi ripresentai al mio posto, giusto in tempo per vedere tutto lo stadio in piedi a gridare: “Ghi-to!… Ghi-to! … Ghi-to!…”.
E lui, Ghito Vernazza, le braccia al cielo, sotto la curva a mandar baci ai tifosi impazziti di gioia.

Ecco, così ti ricordo, Ghito, oggi che ci hai lasciato: con quelle braccia levate al cielo, avanti e indietro, lungo tutto l’arco della Curva.

Alla mia prima partita tutta intera, mi persi proprio l’ultimo pezzettino, sei minuti appena, quelli della tua tripletta, che dallo 0-1 ci portò al 3-1, trasformandoti proprio quel pomeriggio in una leggenda.

Una leggenda che resiste al tempo e che nel 2000 ti confermò come “Miglior Giocatore Rosanero del Secolo”, in un concorso popolare indetto dal “Giornale di Sicilia”.

Un abbraccio forte al mio cuore, Ghito.

E come ultima carezza, voglio ricordare quello che, qualche tempo fa, mi disse di te Tonino De Bellis: “Ghito non era solo un campione in campo, lo era molto di più nella vita. Un amico così nella mia lunga carriera di calciatore non l’ho più conosciuto!”.

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