Palermo, meglio ridere in B che piangere in A…

Meglio, molto meglio ridere e sognare in serie B, di venerdì, di sabato e perfino di domenica, che piangere, quasi vergognarsi, ogni domenica, in serie A, come negli ultimi due campionati.

C’era quasi più gente rosanero allo “Zini” di Cremona questo pomeriggio, che di solito al “Barbera”: e questa è una “croce” che, da tifoso, non riesco a portarmi oltre sulle spalle. L’ho detto e ripetuto: è ora di finirla e tornare allo stadio, non foss’altro che per riconoscere ai nostri ragazzi i meriti che gli spettano, che sono quelli di una squadra forgiata col cuore – grande cuore – di mister Tedino, bravo come allenatore e ancor di più come persona. Uno che se vince non gonfia il petto e se perde non si lamenta. Insomma, uno serio, e ce ne vorrebbero tanti nel calcio e invece sono pochi e, quel che è peggio, diminuiscono a vista d’occhio.

Di certo, Tedino non è come Tesser, che – sillogismo inevitabile – non è e non sarà mai come Tedino. Tesser, infatti, finita la partita, si è presentato ai microfoni di Sky gridando allo scandalo per la sconfitta, per il mani di Struna non sanzionato, per la presunta provocazione di Nestorovski, al momento della sostituzione. Aveva quasi le lacrime agli occhi, ha invocato gli dei del calcio, ha quasi urlato che “la mia squadra ha dominato per tutta la partita e che il risultato è clamorosamente bugiardo”. Demagogia, populismo, vittimismo e neanche una parola di rispetto per l’avversario. Ha anche straparlato di gioco intimidatorio del Palermo, definendo i giocatori rosanero dei picchiatori”.

Ma, si sa, nel calcio, vige, tra le altre, una regola non scritta: quella di non riconoscere mai i propri errori. E lui, Tesser, ne ha combinato parecchi: nell’approccio alla partita e, peggio, nella gestione del fortunoso vantaggio. Ha voluto strafare, dimenticando per presunzione e superficialità, che davanti aveva una squadra vera, forte fisicamente e dotata di alcuni elementi di categoria superiore.

Certo, nel calcio, come nella vita, la fortuna è una componente importante, spesso decisiva e, stavolta, ha sorriso al Palermo con quel mani di Struna e quel palo pieno alla sinistra di Pomini, nel recupero.

Ma quante volte, invece, gli ha mostrato il ghigno? Tento un rapido elenco: i gol, regolarissimi, annullati al Palermo a Frosinone e a Pescara. Devo continuare? Non è il caso, diventerei la brutta copia di Tesser, e non  ci tengo.

Oggi voglio parlare da primo in classifica, guardo tutti dall’alto e il bello è che non mi gira la testa, eppure soffro di labirintite e di facili entusiasmi. Da quand’ero ragazzino e, diventato grandicello, frequentando più gli stadi che le aule di tribunale – anche se ufficialmente esercitavo la professione di avvocato –  imparai che sognare è meglio di lamentarsi, ridere e scherzare è meglio di piangere. In tribunale, in trent’anni e passa di professione, vedevo più lacrime che sorrisi: quello non era proprio il posto mio.

Nel calcio, invece… pure: trattandosi del Palermo e non di Juve, Milan o Inter, ho pianto molto ma proprio per questo un consiglio mi va di darvelo: nella vita, cercate di non abituarvi mai. A nulla. Neanche a vincere. Dovunque, calcio compreso. Immagino che per gli juventini queste mie sono solo farneticazioni ma a me sta bene così.

Oggi è una domenica di festa per me e per tutti quelli che amano il Palermo, inteso come maglia, come storia. Più che nomi, più che numeri. Oggi ho visto undici giocatori lottare come leoni in un campo che sembrava un fortino, contro una squadra imbattuta in casa, dove il Palermo non vinceva dal 1938.

Una battaglia più che una partita, i calcioni infuriavano da una parte e dall’altra, dicessi da quale delle due di più, diventerei banale e scontato, e non è nella mia indole. So solo che il loro centrale, il brasiliano Clayton, sembrava più un rugbista che un calciatore. È un’accusa? Nient’affatto: ognuno usi le armi che ha a disposizione, specie se deve marcare un attaccante pericoloso (e rognoso, nel senso calcistico, ovviamente) come Nestorovski. Che cade e stramazza ad ogni takle, sembra una vittima sacrificale, ma non lo è perché lui le dà e le prende, spesso prima le dà. E così che fa un attaccante vero, e se non se la sente cambi mestiere, non solo ruolo.

E poi lui è il capitano e il capitano deve dare l’esempio, il che, in serie B, è più difficile e pesante che in serie A. Lui, con la fascia al braccio e le responsabilità che ne derivano, ci si trova benissimo, i nove gol dimostrano che è il bomber che cercavamo dai tempi di Toni (con le dovute distanze, ci mancherebbe), e, quindi, avanti tutta, incontenibili nella corsa verso la serie A. Che resta, tuttavia, lontana, com’è lontana l’ultima di campionato, il 18 maggio del 2018.

Sono diventato vecchio amando il Palermo e lo amerò sempre di più, qualunque cosa accada. Oggi, domani, sempre. Retorica? Può darsi ma chissenefrega? Ognuno ha i suoi idoli, tanti la loro religione, io adoro il Palermo e quel che rappresenta. Non potrei vivere senza e me ne frego delle risatine di scherno che suscito in giro. A casa mia moglie Cettina da oltre cinquant’anni mi sopporta con cristiana sopportazione. E lei risatine di scherno non ne fa. Nemmeno quando il Palermo ne prende sei a Roma con la Lazio e io, ad inizio partita, come al solito mi ero sbilanciato: “Oggi vinciamo!”. Anzi, mi conforta e, quando mi vede piangere per il Palermo, lei che è una seria e non spreca lacrime a buon mercato, mi dice solo: “Che piangi a fare? Io sto bene, tua figlia pure: solo per noi, Dio non voglia, è giusto che tu pianga!”.

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