Ecco perché la sinistra ha votato Cinquestelle

Fra le molte indicazioni che il voto siciliano di domenica restituisce alla riflessione e all’analisi, sul piano regionale in primo luogo, ma con riflessi non marginali anche su quello nazionale, un tema di rilevanza cruciale è certamente quello che attiene alle dimensioni, al segno e alle implicazioni della sconfitta del centrosinistra. Una sconfitta ampiamente annunciata, per carità, certamente favorita dalla divisione “a sinistra”, dalla scarsa notorietà e dall’impalpabile competenza politica del candidato alla presidenza, dalla “fuga preventiva” che i primi sondaggi hanno innescato nel ceto politico di area centrista e, last but not least, da un’esperienza di governo percepita (e comunicata) come fallimentare, non solo da una larghissima parte di opinione pubblica, ma anche da parte dell’ala più renziana del Pd siciliano, che ha giocato una lunga e ambigua partita di smarcamento nella corresponsabilità, perdendo così la cruciale partita della credibilità.

Se queste sono, in estrema sintesi, le principali e più evidenti ragioni della sconfitta, è d’obbligo tuttavia interrogarsi sul segno e le dimensioni della débâcle. Che tutti i sondaggi incentivassero il voto disgiunto dell’elettorato di centrosinistra è fatto altrettanto scontato. Preso nella morsa della scelta binaria per un second best, legge ferrea dei sistemi maggioritari, lì dove appaiano evidenti i due candidati che possono effettivamente contendersi la vittoria, l’elettore di centrosinistra che ha deciso di far contare il suo voto per la presidenza non ha avuto molti dubbi e ha votato massicciamente per il candidato del Movimento Cinquestelle. Sia dall’impressionistico esame dei dati aggregati, che in termini di prime analisi di flusso elaborate dall’istituto Cattaneo sulle città di Palermo e Catania, emerge evidente la sproporzione della scelta strategica verso Cancelleri, rispetto a quella verso Musumeci.

Oltre 100 mila voti distanziano il candidato del centrosinistra dalla sua coalizione, mentre il candidato del M5S vanta un saldo positivo di 209 mila voti personali in più rispetto alla lista. Appena 21.700, invece, il saldo positivo di Musumeci e circa 27.500 quello di Fava. Enorme, dunque, l’apporto dal centrosinistra al M5S, per quanto il candidato anti-establishment abbia evidentemente goduto anche di un cospicuo voto attribuito solo al presidente. Ma i dati che destano maggiore impressione sono quelli dei flussi in uscita dell’elettorato del presidente Crocetta nel 2012. A Palermo, evidenzia l’istituto Cattaneo, il 35% di chi aveva scelto Crocetta ha votato Cancelleri, solo il 27% Micari e il 18% Musumeci. A Catania il fenomeno è anche più accentuato: il 38% ha scelto Cancelleri, il 15% Micari, l’11% Musumeci e il 28% si è astenuto.

Questa scelta strategica così netta su un second best implica un’attenta riflessione. In primo luogo, perché dimostra un orientamento dell’elettorato opposto rispetto alla direttrice strategica perseguita dal ceto politico e dai dirigenti del centrosinistra nell’ultimo decennio. A partire dalla scelta di una componente rilevante del Pd di sostenere il presidente di centrodestra Raffaele Lombardo, proseguendo poi con le alleanze con l’Udc alle regionali del 2012 e il successivo ingresso in “maggioranza” di esponenti eletti nel centrodestra, o l’iscrizione allo stesso Pd di big di provenienza centrista (uno per tutti, Luca Sammartino, rieletto all’Ars con oltre 32mila preferenze), il Pd ha tenacemente perseguito una strategia di “apertura al centro” (ma forse sarebbe meglio dire al centrodestra) da cui sarebbe dovuta conseguire – se l’elettorato avesse apprezzato questa “affinità” – una inversa distribuzione del voto strategico: molto più Musumeci che non Cancelleri.

Detto altrimenti, l’entità e il peso del voto disgiunto verso il candidato del M5S segnala in modo netto ed evidente l’entità e il peso della distanza tra le scelte strategiche della classe dirigente del centrosinistra e il suo elettorato che si dimostra molto più attratto (e dunque scalabile) dal M5S. A livello nazionale, d’altronde, se i sondaggi dovessero cominciare a fotografare una tendenza all’allargamento della forbice tra M5S e Pd, a fronte di un centrodestra in crescita, la dinamica suddetta, con la crescita della percezione bipolare (centrodestra-M5S), potrebbe in qualche modo riprodursi alle prossime (e vicine) elezioni politiche. Certo, il livello nazionale non è quello regionale e il profilo di Di Maio si presta molto meno alla percezione di affinità da parte dell’elettorato di centrosinistra. Nondimeno, di fronte al “ritorno di Berlusconi” nulla può darsi per scontato e il Pd farebbe bene a non sottovalutare quanto successo in Sicilia e, soprattutto, il segnale inviato forte e chiaro dai suoi elettori.