Nel nome del padre

Le storie diverse di quattro politici siciliani condizionati dalla figura del padre. E che hanno saputo andare oltre le orme paterne.

Essere figli d’arte è un fardello dal quale non ci si libera. Quasi mai. A vincere la gara dei rampolli di famiglia a questo giro è sicuramente Luigi Genovese. Non soltanto e non esclusivamente per il cognome impegnativo che porta. Ma soprattutto perché il figlio di Francantonio, diciamolo, nulla ha fatto per discostare le sue orme da quelle del padre. Nulla, ad oggi che parli alle cronache (e che giustifichi quelle 17mila preferenze raccolte) che sia legata alla sua storia, al suo percorso, al suo nome. L’unico nome, invece, è quello del padre.

Eccolo lì, nel difficile rapporto padre-figlio, l’ennesimo filo conduttore di questa campagna elettorale. Tra colpi più o meno bassi e risalite, i legami familiari hanno fatto da sfondo ai 45 giorni caldi della politica siciliana. Come nel caso dell’appello dei Cinque Stelle a Claudio Fava, affinché ritirasse la propria candidatura per sostenere invece quella di Cancelleri. Il peggiore, forse, degli errori che i Cinquestelle potessero commettere, considerato invece il percorso del neo eletto deputato regionale, che ha costruito una carriera professionale e politica riuscendo nel difficile compito di seguire le orme del padre senza emularle, di avere chiaro di essere conosciuto come il figlio di Pippo Fava, ma di avere costruito un’altra storia attorno alla sua persona, fatta del suo personalissimo percorso. Non è un caso, insomma, che anche quella lista facesse riferimento all’antimafia militante e di sinistra, senza però scivolare nella tentazione di chiamarla “I Siciliani”.

E poi c’è Vincenzo Figuccia, altro figlio di che nella dynasty panormita dei Figuccia’s ha costruito una rete di relazioni personali e discostate dal nome del padre. A differenza della sorella, Sabrina, consigliera comunale nel capoluogo e candidata come Sabrina “detta Angelo, detta Vincenzo”. Non proprio l’emblema della discontinuità, ecco.

Spostandosi sul fronte catanese, invece, ecco che il rapporto parentale si sposta sull’asse madre-figlio. Qui a fare razzia di voti è il rampollo di famiglia e recordman di consensi è Luca Sammartino, figlio di Annunziata Sciacca, storicamente ai vertici dell’Humanitas di Catania. Il giovane Sammartino, si diceva, non soltanto fa razzia di voti all’ombra dell’Etna, ma con ogni probabilità tenterà adesso la scalata alla segreteria regionale del partito, forte delle 32mila preferenze portate a casa.

E poi c’è il pasticciaccio brutto di Cancelleri con Musumeci. Una storia che racconta altro, rispetto al complicato rapporto tra padri e figli in campagna elettorale. È lo scivolone ai microfoni di La 7 del candidato pentastellato alla presidenza, con quella infelice uscita sull’elezione alla presidenza della commissione regionale antimafia legata al grave lutto subito da Musumeci poco prima. Una caduta di stile rispetto alla quale il nuovo governatore ha scelto di lasciar correre.

La risposta è invece arrivata insieme alla vittoria. “L’ultimo mio pensiero – ha detto rispondendo ai cronisti – è quello che dice Cancelleri. Ha già detto tante sciocchezze in campagna elettorale. Vorrei che adesso la stagione dell’odio, delle cadute di stile, possa essere archiviata”. Rispetto alla sua elezione, però, ecco che il politico ha ancora una volta ceduto il posto al padre. “Non posso gioire”, ha detto nella prima conferenza stampa da presidente della Regione. “Non posso gioire, penso a mio figlio”.

Eredità di padre in figlio, quando va bene. Altrimenti ecco i cocci di un padre. Che non tornano insieme nemmeno davanti alla conquista della massima poltrona della politica siciliana.