Micari – Orlando, ultimo tango a Palermo

Seconda puntata dell’inchiesta sulle coppie della politica siciliana. Il triste ballo del sindaco e del rettore abbandonati, alla vigilia del voto, persino da Matteo Renzi. L’unica salvezza sarebbe la vittoria…

Mettiamo che Fabrizio Micari vinca le elezioni: ma di quanti chili dovrà essere la fetta di carne che si mangerà il 6 novembre? Ne ha sopportate di ogni genere, dall’ironia del Micali, Licari, Ticali, Vicari, cognome storpiato per sottolinearne la sua scarsa riconoscibilità, sino alla presenza in chiesa a fianco di Orlando, secondo la vulgata unico modo per prendere voti. Senza considerare la parentesi pop del matrimonio, letto quasi come premio di consolazione. C’è voluta tutta la cocciutaggine tipica dell’ingegnere per resistere a questa delegittimazione lunga quasi 70 giorni. E forse anche tutta l’ambizione ampiamente al di sopra della media e l’incoscienza con cui ha affrontato sin dall’inizio questa avventura che si sapeva viziata da un vulnus niente male, il ticket con Orlando, uno che in proprio è un fuoriclasse ma che mai è riuscito a perfezionare la sua dimensione comunale. Leoluca sindaco di sempre è un tipo contagioso, non ha dovuto corteggiare troppo il rettore, l’ha ipnotizzato recitando a memoria i voti presi seggio per seggio appena qualche mese prima, omettendo però il più importante dei particolari: cantare e portare la croce non è cosa da dilettanti.

E con tutto il rispetto, Micari nell’agone politico ha lo stesso peso specifico del sottoscritto in una mischia contro gli All Blacks. E a metà del cammino è rimasto con il cerino in mano, senza le liste orlandiane che gli erano state garantite, senza l’apporto di Crocetta verso il quale aveva pure compiuto la più umiliante della genuflessione e senza neanche poter contare sulla residua credibilità di Matteo Renzi, l’ultimo in ordine di apparizione ad essersi scostato dall’uomo con l’ermellino. Sentite cosa ha detto l’ex premier: “Le elezioni di domenica in Sicilia sono importanti soprattutto per il futuro di questa meravigliosa isola. Abbiamo investito molto in questa terra e chi governerà i prossimi 5 anni potrà gestirli al meglio. Dunque che vinca il migliore candidato e la migliore squadra. Fossi siciliano voterei quello che ritengo il migliore, Fabrizio Micari indicato al centrosinistra dal sindaco Orlando sulla base del modello Palermo, un’alleanza che andasse oltre il Pd”.

E, in pieno stile Satyricon, Facebook ci recapita una geniale traduzione che ha saputo cogliere l’essenza del non detto, assai più significativa delle mortali parole del comunicato. “La disfatta annunciata di domenica non influirà sulle sorti del Pd e soprattutto sul mio toscano derriêre perchè lo sconosciuto Micari l’ha voluto Orlando. Già ci siamo dovuti sorbire 5 anni di Crocetta per ascoltare Raciti, tanto che ora evito sempre di citare il presidente uscente. Se avete da dire qualcosa, parlate col sindaco dai capelli lucidi e con il segretario dal carisma inesistente”

Il fiato di Renzi come quello di un potteriano dissennatore che si nutre di emozioni positive costringendo le vittime a vivere dei propri peggiori ricordi. Non ci vuole molto a capire che la parabola di Micari dovrà essere narrata con questo prologo orlandiano. I suoi sostenitori potranno considerarla un’attenuante, ma a dirla tutta non è una cosa che gli fa onore aver cercato per ambizione un effetto di trascinamento che è assai distante dalla tradizione elettorale siciliana. Roba che non è riuscita neanche a Cuffaro che in termini di ricerca del consenso non era secondo a nessuno. Oggi quest’ultimo giro di valzer corre il rischio di trasformarsi in uno struggente tango depurato dal suo aspetto sensuale. Restano la tristezza e un goffo casqué. Ma se dovesse vincere, sai che Magnifica bistecca…

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