Musumeci – Miccichè sull’orlo di una crisi di nervi

Si odiano cordialmente da 5 anni e forse più. Lo sgarbo delle scorse Regionali non è mai stato assorbito, anche perché Nello Musumeci, nell’età adulta della politica, una sola volta ha perso e lo deve a Gianfranco Miccichè. Ma se ciò non fosse sufficiente, c’è la profonda differenza caratteriale che li separa, una diversa visione della vita, un retaggio culturale che pesca da bacini diversi, tremendamente opposti. Uno da sempre vicino a quella destra che più destra non si può, in una delle capitali nere d’Italia, quella Catania dove il Movimento Sociale di Giorgio Almirante faceva numeri di gran rilievo anche nell’era del dominio democristiano. L’altro cresciuto in ambienti vicini a Lotta Continua e a quei salotti culturali radical chic che ospitavano le idee più sinistre di Palermo, spesso nel tempo capitale di utopie clandestine.

Entrambi soggiogati da ideali in profondo contrasto con le rispettive origini: il proletario che vira a destra, il borghese che punta a sinistra. Contraddizioni che gli anni che passano e l’epopea berlusconiana hanno disintegrato. Oggi Musumeci e Miccichè sono la coppia regina dell’ultimo giro di valzer. Non si tollerano, il loro è un sodalizio fondato sugli interessi reciproci. E se non saranno seduti sulla sedia dei loro sogni, dividendosi Palazzo D’Orleans e Palazzo dei Normanni, quando il 5 novembre l’orchestra finirà di suonare dovranno lasciare la scena e consegnarsi al giudizio della storia.

Musumeci lo ammette serenamente, è l’ultima occasione di una carriera il cui più alto punto di soddisfazione di un ego secondo a nessuno è stata la presidenza della Provincia di Catania. Diverso è Miccichè, capo di partito, ministro, presidente dell’Ars, plenipotenziario di Berlusconi, ma anche sepolto da sconfitte e ad un passo dalla pensione. Oggi è una sorta di lazzaro che prova a resuscitare dopo la morte apparente del 2012 e che non ammetterà mai che nessun’altra alba è prevista se questa partita andrà persa.

Musumeci e Miccichè, diversi ma uguali perché facce immutabili di una politica che a destra non ha mai compiuto quel ricambio generazionale forse necessario dopo il tramonto del Pdl. Sono pura archeologia politica, dicono i tanti che li detestano silenziosamente dall’interno, impauriti dall’istinto vendicativo di questa strana coppia che non ha mai fatto prigionieri: chi non è con loro sta fuori dai giochi, che senso avrebbe manifestare oggi il dissenso?  Normale che il fuoco amico parta da trincee ben mimetizzate. Se vinceranno, bene. Altrimenti bene lo stesso perché saranno costretti a salutare la compagnia e passare ad altri la ricostruzione di un centrodestra che comunque dovrà costruirsi una nuova classe dirigente.

Ma c’è anche chi, realisticamente, fa fatica a trovare qualcuno di meglio. Nonostante tutto, in un contesto per nulla favorevole e con l’apporto ormai vicino allo zero della sacra icona di Berlusconi, è merito del carisma di Musumeci e del pragmatismo di Miccichè se c’è di nuovo aria di vittoria. Oggi sono avvinghiati in un abbraccio che sarà giudicato sensuale in caso di vittoria, mortale se arriverà una sconfitta ritenuta impossibile sino a 10 giorni fa, ma oggi per nulla esclusa. La storia degli impresentabile nelle liste ha avuto un suo peso e rappresenta il più alto e recente grado di separazione tra i due, ma anche ciò che più li avvicina. Se è vero che gli impresentabili hanno un valore aggiunto di oltre 100.000 voti, Musumeci sa benissimo che senza questo tesoretto non si va a dama. E quindi o bere o affogare. Li avrà pure letti sul giornale, ma s’è dovuto sopportare il rimprovero di Miccichè a cui non piacciono certe rimostranze a pochi giorni dal gran ballo. Se di ultimo valzer si tratta, che pensi a ballare bene il signor Nello. E senza pestare i piedi…

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