Penna: “Non è più tempo di rabbia ma di speranza”

Le oramai imminenti elezioni regionali siciliane caratterizzate dal trionfo della disaffezione per le urne si avviano, dopo una campagna elettorale senza entusiasmi, al punto di arrivo.

La Sicilia primatista europea in tema di non sviluppo, disoccupazione, disservizi sociali, qualità dell’istruzione, corruzione e criminalità, ha trascorso gli ultimi trenta anni attraverso governi di ogni colore guidati da figure profondamente differenti per cultura e temperamento, senza che i neri indicatori del malessere sociale subissero qualche apprezzabile modifica.

L’elezione diretta dei sindaci siciliani dopo 25 anni dimostra che nonostante alcune figure eccellenti alla guida delle municipalità, poco o nulla cambia nella gestione democratica di queste comunità e, le rare volte che questo accade, la gestione successiva stravolge o riassorbe ogni cambiamento.

Perché? Quale male affligge “l’irredimibile” Sicilia? Cosa deve accadere perché si produca la profonda svolta, la salutare spallata che azioni il circolo virtuoso di eccellenze e risorse che pur esistono?

Alla fine del suo mandato presidenziale il generale Eisenhower si congedò dal potere con una denuncia serrata: “Nel governo dobbiamo stare in guardia contro le richieste non giustificate dalla realtà del complesso industriale militare. Esiste e persisterà il pericolo della sua disastrosa influenza progressiva. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione metta in pericolo la nostra democrazia”.

Sostituiamo complesso militare industriale con complesso politico burocratico professionale e Stati Uniti con Sicilia, e quelle parole fotograferanno impietosamente le cause della attuale arretratezza siciliana, piegata e piagata dagli interessi parassitari congiunti che non lasciano spazio alla buona impresa, mortificano le valide professionalità, lasciano la guida della cosa pubblica a uomini e donne indifferenti ai destini, alle paure, alle speranze di milioni di cittadini.

I siciliani dovrebbero sapere che mentre a Palermo si fa finta di discutere, il loro futuro rischia di essere per altri cinque lunghissimi anni, calpestato.

I cittadini di questa isola dovrebbero conoscere cosa ha prodotto nell’Est europeo, come noi sotto la media europea per reddito pro capite, l’uso intelligente e accorto dei fondi europei e la dilapidazione improduttiva e l’impiego parziale delle stesse risorse in Sicilia.

Chi vive in Sicilia deve ricordare quante false promesse ha ricevuto nelle campagne elettorali e come i privilegi di casta sono aumentati mentre la prospettiva di miglioramento di vita è svanita per milioni di persone.

Chi emigra per salute, chi vede i propri figli partire alla ricerca di un futuro possibile non dovrebbe dimenticare che vive su una terra che getta al vento le proprie opportunità.

Una terra che ha meno della metà dei turisti che potrebbe ospitare, un’agricoltura che si muove a passo di lumaca mentre le consorelle di altre zone d’Europa vola e si specializza, un circuito culturale arretrato e sottoutilizzato.

Chi resta e si dispera dovrebbe sapere che può essere protagonista acquisendo una nuova consapevolezza democratica e non sprecando il proprio voto gettandolo nell’astensione.

Quindi, se avete pensato che occorre cambiare, se avete immaginato una vita diversa, se credete ancora, e la storia ci conferma questa possibilità, di poter mutare i destini invece di subirli, dobbiamo solo ricordare.

Il ricordo è un’arma potente, e difatti i complessi mediatici stanno stendendo una coltre di falsità sulle nostre vite per cancellarle e ridisegnarle a loro convenienza.

Il ricordo contiene memoria del male ricevuto, delle promesse disattese, della stretta al cuore provata guardando i nostri figli imbarcarsi sugli aerei della speranza.

Il ricordo aiuta a guardare la mancia elargita, sapendo che si tratta del piatto di lenticchie che vende la nostra dignità di cittadini, e gettarla via.

Nel ricordo abitano i tanti che si presentano come salvatori e sono i nostri carcerieri. Uomini e donne che hanno assistito al fiorire di favori girando la testa o chiedendo la propria parte. Che pensano alle attuali solidarietà parassitarie che coinvolgono quasi interamente la classe dirigente, come costume da tramandare, eredità da trasferire e non come la causa principale dell’arretratezza di una terra che non riesce a redimersi.

Infine il ricordo ci sostiene quando siamo chiamati a scegliere, sapendo che nulla è ineluttabile, che molto è possibile e dobbiamo solo prendere la strada più giusta anche se la più impervia e la più difficile.

La Sicilia dormiente e rassegnata, l’isola che piange ma non si ribella, che sopporta e si lamenta ma non spezza le catene, nel 2012 ha mostrato la sua rabbia votando per una lista e un candidato sconosciuti o rifugiandosi, a maggioranza, nell’astensione. Cinque anni dopo quella rabbia può divenire speranza vincente. Basta non lasciarsi ingannare e ricordare.

Jose Marano

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