Palermo, la squadra è con Tedino. Nesterovsky e il blocco polacco per raggiungere la serie A

Al di là della franca vittoria, il momento più bello ed emozionante di ieri è stata quella corsa di Nestorovski verso la panchina, subito dopo il suo primo gol: mi ha ricordato i tempi del “Palermo dei picciotti” di Ignazio Arcoleo, quando ad ogni gol il marcatore e tutti i suoi compagni si gettavano tra le braccia dell’allenatore, come a voler condividere con lui la loro gioia. E anche di più: come a volergli tributare i meriti di quei successi.

Ieri è accaduta la stessa cosa e mi sono quasi commosso perché quella corsa e quell’abbraccio vigoroso, con tanto di pugno battuto sulla spalla del mister, voleva significare una sola cosa: che la débacle di tre giorni prima era stata solo un incidente di percorso e che la squadra, tutta la squadra, non solo i titolari cosiddetti ma anche le riserve, remava nella stessa direzione: quella orchestrata e diretta da mister Tedino.

Un vecchio detto, sempre attuale, recita: “Non tutti i mali vengono per nuocere”, e così è stato anche stavolta. La penosa sconfitta contro il Novara dell’ex amatissimo Corini ha dato la scossa al Palermo e lo ha fatto tramite le parole del mister friulano, che non le ha di certo mandate a dire, sia negli spogliatoi, dopo i novanta minuti, che in conferenza stampa. Pur conservando sempre il suo aplomb di persona ammodo, cortese e misurata.

Dimostrando, una volta di più, che un allenatore, per farsi seguire dai suoi giocatori, non ha bisogno di sbraitare né in panchina né tanto meno negli spogliatoi. Ha solo bisogno di lavorare seriamente per riscuotere la necessaria fiducia da parte di tutta la squadra. Che ieri Tedino ha rivoltato come un guanto, sia nei singoli che nel modulo, ricorrendo di nuovo al blocco dei polacchi, che non sbagliano un colpo e sembrano nati e cresciuti per i modi e i sistemi del calcio della nostra serie B. Danno peso e sostanza alla manovra, non tirano mai indietro la gamba, fanno il giusto senza esagerare mai, prendono colpi e li restituiscono con gli interessi. Insomma, grinta e carattere quanto basta per non arretrare mai di un centimetro. Forse esagero e forse no, ma ieri nell’ammirare la grinta e la corsa di Murawsky mi è parso di rivedere Barlassina, il mediano caro a Viciani, che non si fermava mai, era un moto perpetuo, faceva muro davanti ad ogni avversario e lo trovavi sempre là dove c’era più bisogno. Così è il polacco, semplice, quasi elementare nel gioco, ma stupendamente pratico ed efficace. Lo avessimo avuto l’anno scorso, chissà, forse non saremmo qui a scrivere di Carpi e Novara ma ancora di Juve e di Inter.

Questo è il bello del calcio: che ti fa rimangiare oggi tutto quello che pensavi e dicevi appena tre giorni fa. Quale altra “disciplina” è in grado di fare questi miracoli? Teniamoci caro il calcio e la passione che ci regala, perché non è mai uguale a se stessa e ci consente di passare dalla depressione all’estasi come la cosa più naturale del mondo.

Fermo restando che il tempo di Zamparini è passato da… tempo, mi sento in grado di affermare che questo Palermo, ritrovando, come ieri ha dimostrato, i suoi punti fermi (Rispoli, Cionek, Nestorovski e si spera molto presto il miglior Coronado) possa tranquillamente aspirare alla promozione diretta in serie A. Certo la concorrenza è forte e variegata, perché la serie B è un campionato “intrattabile”, nel senso che presenta sorprese una domenica dopo l’altra. C’era il Parma in crisi fino a tre domeniche fa e oggi è lassù in classifica che aspira, legittimamente come noi, alla serie A. E poi, invece, c’è il Perugia, che era partito come un fulmine e seppelliva di gol ogni avversario e che, d’improvviso, dopo avere perso al “Barbera” contro di noi, si è perso per strada, racimolando cinque sonore sconfitte di seguito.

Insomma, dire cosa succederà in serie B è un azzardo assoluto, perché vi capita di tutto: che i giganti diventino nani e viceversa. Di certo, resiste una sola verità: che in serie B nulla è scontato e nulla si ottiene se non sputando sangue. Al di là della tecnica e del bel gioco, ciò che qui conta veramente è la corsa, la lotta su ogni pallone e poter contare sull’apporto dei tifosi, capaci veramente di costituire il cosiddetto dodicesimo uomo in campo.

Ecco perché non mi stancherò mai di invitare – e di farlo, se necessario, a mo’ di supplica – i tifosi di mettere una croce sul passato, dimenticare che dietro e davanti alle quinte ci sta ancora “lui” e accorrere allo stadio in massa per incoraggiare i ragazzi a vincere per tornare in serie A. Non dimenticando che, quando e se ci torneremo, potremo dire che è stato anche per merito nostro.

Uno è il dovere del tifoso, uno solo: quello di tifare. A prescindere. E per farlo, non si può che andare allo stadio e colorarlo dei nostri vessilli e delle nostre bandiere: il solo colpo d’occhio intimidisce l’avversario. È così, siatene certi. Ve lo dice uno che vive di calcio rosanero – allo stadio e non davanti alla tv, ad onta degli anni che gli gravano sempre di più sul groppone – da oltre sessant’anni.

Per chiudere due parole per Carlos Embalo, uno che corre, lotta, fa e subisce falli; uno che, insomma, sta bene, benissimo in serie B: ieri ha anche segnato e sono contento per lui, troppo spesso bersaglio di facile ironia e sfottò. È giovane e ha tanta voglia di emergere: diamogli una mano. Che non sarà sprecata perché le qualità naturali del ragazzo sono evidenti: scatto, velocità, forza. Se imbocca la strada giusta, diventerà un giocatore vero. Magari, un domani, chissà?, da serie A.

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