Il Genio che gelò la curva nord

“Io, prima di essere un allenatore, sono un uomo e un uomo deve prendersi le sue responsabilità !”.

Queste le parole di Bruno Tedino in conferenza post partita. Sono parole di una persona perbene, che non cerca alibi.

In pratica l’unica nota positiva di un sabato che poteva riportarci in testa alla classifica ed invece è stato malamente gettato alle ortiche.

“Quando torno a Palermo ho la percezione di tornare a casa!”, dice, invece, Corini, con un sorriso appena accennato come temesse di turbare ancora di più un uditorio già moscio di suo.

E poi prosegue: “Ho un tale affetto per la città e per il Palermo, una tale gratitudine che quasi quasi mi spiace aver vinto questa partita… Ma non è vero. Sono felice, anzi strafelice, per aver battuto un colosso della serie B e averlo fatto con pieno merito!”.

Nelle parole dei due tecnici è concentrata in sintesi tutta la “storia” di questa partita, che ha spazzato via brutalmente i due primati che aveva il Palermo: l’imbattibilità e la migliore difesa del campionato.

Un sabato di fischi e di ululati laceranti: sono appena cinquemila sugli spalti ma sembrano il triplo, perché dentro quei fischi e quegli ululati c’è tanta rabbia.

Lo spettacolo che mi si presenta davanti, appena messo piede nel mio posto dell’ex “Fila 19”, è più avvilente del solito, perché lo Stadio è più vuoto che mai: un vero strazio… Poi, a poco a poco, come si trattasse di una lenta, forzata processione, arrivano gli altri. Il tutto, in un silenzio glaciale, pateticamente interrotto dallo speaker dello Stadio, che ripete i soliti réfrain del tifo per la squadra.

E, all’improvviso si leva un applauso caldo, bello e forte, proveniente prima dalla Curva Sud e poi da tutto lo Stadio: è appena entrato mister Corini e il pubblico, pur striminzito e afflitto, si ridesta e gli tributa come meglio non sarebbe possibile i segni della sua gratitudine e della sua passione.

Corini si ferma, si gira, alza lo sguardo e le braccia e si inchina: ricambia l‘omaggio ricevuto e si batte più volte la mano sul petto.

I grandi amori qualche volta si allontanano per fare un giro largo e poi tornare più forti e più belli di prima. Lo dice Venditti in una sua canzone ed è questo il momento in cui si capisce quanto sia vero.

Della partita non parlo, lo hanno già fatto tutti gli altri.

Dico solo che quando all’11’ della ripresa ho visto Da Cruz, un ragazzino di vent’anni, uccellare (così direbbe Brera) il nazionale polacco trentunenne Cionek e involarsi da solo verso la rete protetta da Pomini ho capito che la partita sarebbe finita male.

In quel duello solo sulla carta impari, stravinto dal ragazzino, si riassume la “verità” di una partita giocata malissimo dal Palermo, lento e impacciato, senza un’idea di gioco, senza un sussulto e, soprattutto, senza l’apporto almeno decente dei suoi giocatori più decisivi: Coronado (che correva a vuoto e sbagliava un assist dopo l’altro), Rispoli (che non arrivava mai sul fondo e, quando ci arrivava, crossava … in tribuna) e Nestorovski (con le polveri così bagnate da non riuscire a segnare nemmeno a due metri dal portiere).

Che i due gol siano arrivati sotto la Curva Nord, che fu quella che consacrò Corini capitano senza macchia di un Palermo che fu, sembra quasi un segno del destino: “Il Genio”, tornato a Palermo per coronare un sogno coltivato da sempre, durò solo due mesi, il tempo di capire che certi sogni è bene rimangano tali perché appena si scontrano con la realtà, svaniscono come nuvole al sole.

E chiudo con una mesta, sconsolata riflessione da tifoso: io non so come finirà questo campionato, se davvero saremo in grado di vincerlo, anche se le premesse obiettivamente sono tutt’altro che confortanti. Io so solo che, perdurando questo “stallo” di Zamparini-sì e Zamparini-no, patiremo ancora solo delusioni e amarezze. Cascio – o chi per lui – è la sola speranza che alberga nel cuore dei tifosi. Ma la speranza, da sola, non basta, ci vogliono i fatti e siamo stanchi di aspettare.

“Le parole sono ali”, è il titolo del libro postumo di mio fratello Vladimiro, e mai come in questi giorni mi aspetto che le tante, troppe parole piovuteci sul groppone da Baccaglini in poi, possano finalmente volare in alto e ridiscendere per diventare fatti esaltanti, quali erano quelli dei primi sette anni della gestione Zamparini.

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