Miccoli, capitano senza più gradi

Miccoli, capitano senza più gradi

Gli stadi sono pieni di campioni a cui la vita non ha fatto una sola carezza. Poi ci sono i fuoriclasse, la minoranza degli eletti che regge su spalle spesso fragili la responsabilità di accendere le passioni. Fabrizio Miccoli è stato uno di loro, creatore di magie e di gol nel migliore Palermo di sempre, un eletto che proprio a Palermo ha trovato la sua dimensione di idolo e trascinatore di folla. Capitano di quelli che la fascia la esibivano sul braccio come un pirata la benda sull’occhio, segno di distinzione e di comando. Gol e ovazioni l’hanno portato sul trono, laddove una volta, e non a caso, sedevano i più anziani o i saggi e da troppi anni invece quelli che fanno vendere più magliette negli store.

Il capitano di una squadra ne è l’anima pubblica e anche la guida morale di quell’officina che si chiama spogliatoio dove si forgiano i successi e si custodiscono i segreti, il frontman di una band che negli anni cambia gli interpreti senza perdere l’amore del suo pubblico. Una folla che però l’anima te la mastica e te la sputa e questo rappresenta il prezzo della gloria e del successo. Funziona così in tutto il mondo, perché piaccia o meno, il calcio che è la livella della vita, che cattura ricchi e poveri, ebrei e musulmani, bianchi e neri, ha regole universali sotto ogni cielo.

Anche a Palermo funziona così, esistono gli idoli e i fedeli, con qualche piccola variante, perché la mafia dei piani alti e delle borgate non è esente dal frequentare le chiese, figurarsi gli stadi. E l’inchino, voluto e non obbligato, lo esegue il campione come il mezzo bidone. Senza distinzione di rango, perché la mafia è inclusiva con chiunque ne riconosca il potere. Ma se sei il capitano, quello che fa vincere le partite e si regala una tripletta a San Siro, che castiga il Milan e fa piangere la Juve e si permette lo sfizio di segnare un gol da metà campo, c’è ancora più gusto ad esibire il trofeo come un qualsiasi ranocchio farebbe con la Marilyn di turno. La nostra Marilyn, oltre alla fascia di capitano, aveva anche la maglia numero 10, quella degli indimenticabili, era la figurina più ricercata, Zeus fra gli dei. Nessuno mai come Fabrizio Miccoli, per gol e prodezze. Eppure il calcio, più di ogni altro sport, ci insegna che si può essere campione e minchione, farsi il segno della croce prima di entrare in campo e proferire la più assurde delle bestemmie. Perché dire che Giovanni Falcone è un fango, nel confidenziale colloquio con il figlio di un presunto boss è persino più grave del reato di estorsione per il quale Miccoli s’è portato a casa una condanna a 3 anni e mezzo.

Non è difficile comprendere che questi giovani, con tanti soldi in tasca e un buon bagaglio d’ignoranza che consente loro di affrontare senza apparenti disagi folle inferocite e fama effimera in cambio di buone inquadrature a favore di telecamera e un iban da sballo, possano fare fatica a selezionare le amicizie. Né può considerarsi un’attenuante la loro incapacità di sottrarsi alla facile idolatria, ma forse lo è la mera constatazione che da mezzo secolo e oltre la storia del Palermo ha spesso avuto punti di contatto con la mafia. Cosa si può pensare di Miccoli è scritto qualche riga sopra. Resta il giudizio su Palermo, su una parte di Palermo che ancora resiste e vegeta, che non ha perso ancora certe scriteriate abitudini e sembra sapersi adattare al più internazionale rito del follow the money. Segui il denaro, sulla sua scia trovi la mafia, anche allo stadio nonostante mezza tribuna autorità sia occupata da magistrati e figure simbolo del maxi processo e i sistemi di investigazione dovrebbero scoraggiare i contatti pericolosi. Questa Palermo residuale – ma poi neanche tanto – non ha colpe persino superiori a Fabrizio Miccoli? Non ha essa stessa amplificato la stupidaggine di un capitano senza onore? Non ne ha stimolato l’eresia? Domande che, beninteso, non intaccano l’impianto accusatorio e neanche la sentenza che magari potrà essere ribaltata in appello senza che si modifichi il giudizio morale . Né su Miccoli, capitano da dimenticare, e ancor meno su Palermo che magari – con tutto il rispetto per Pietrangelo Buttafuoco – non è più buttanissima ma è assai lontana dall’essere santa.

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