Palermo e l’altra faccia del Leolook

Palermo ha molti specchi che ne rappresentano l’anima. Tante chiavi di lettura delle sue contraddizioni. Troppe etichette, slogan e nomignoli, pezze e cerotti che coprono a stento un’insofferenza diffusa.
Leolook - Leoluca Orlando, sindaco di Palermo - Vignetta di Gianni Allegra
Il Leolook è lo specchio di ciò che oggi a suo modo identifica Palermo, in maniera altrettanto univoca di quanto lo siano le cupole rosse dell’Arabo-normanno o il suo splendido Liberty. Ciò che in tempo di elezioni, dal 1993 viene chiamato “Modello Palermo“, rivelandosi poi essere l’incarnazione di un culto politico, con tutti i suoi limiti.
Il modello Palermo, il “civismo politico” di questa città, ancora una volta si conferma cominciare con Leoluca Orlando e finire con lui. Palermo è l’esatta dimensione di Orlando, che altrove si disperde e svanisce. Come un ologramma che cessa di esistere al di fuori del raggio del suo proiettore.
Come fu nel 1993, Orlando ha preteso di dire al centrosinistra chi dovesse guidarlo in queste elezioni. Sapendo bene che più importante del re è chi gli mette la corona in testa, ha voluto incoronare Fabrizio Micari, rettore in carica della più grande Università a sud di Napoli, uno dei pochi mega-atenei italiani, come leader del centrosinistra in Sicilia.
L’ambizione di misurarsi con un progetto politico troppo grande per un consenso solo domestico porta a costruire impalcature precarie, che crollano su se stesse. Dietro lo stendardo del sindaco di Palermo, fuori della sua città, Orlando è solo. La sua lista per Micari è stata un flop, un crollo che ora travolge le illusioni del rettore dell’Università di Palermo, al quale ben 71 docenti hanno appena indirizzato una richiesta pubblica di dimissioni. Dopo avere per anni sbeffeggiato e combattuto il presidente della Regione Rosario Crocetta, Orlando ha dovuto mendicarne l’aiuto per inventare una lista al “suo” candidato Micari, che in sostanza però si rivela essere quella del Megafono, movimento dello stesso Crocetta, con un altro nome. Alla faccia della discontinuità e di un “civismo politico” dove l’inganno è trovare un nome diverso ai vecchi partiti e a chi ci sta dentro, solo come creativa operazione di marketing elettorale.
È l’onda lunga delle elezioni comunali palermitane, dove ha votato solo il 52% degli elettori, vinte grazie al sostegno di chi con la sinistra non c’entra nulla, a partire dall’ex Nuovo Centro Destra di Angelino Alfano, nome opportunamente cambiato in Alternativa Popolare.

Ma la gravità di avere distolto tutta l’attenzione dalla città per dedicarsi alla costruzione di un ambizioso progetto politico regionale, il giorno dopo essere stato nominato sindaco, non deve fare dimenticare l’altra faccia del Leolook.
Orlando ha associato volutamente la sua immagine a quella di Palermo. La promozione pubblica della città, sacrosanta, è diventata alternativa alla soluzione dei problemi che quotidianamente dovrebbe gestire uno che “il sindaco lo sa fare“, come assicura il suo slogan elettorale.
Paradossalmente, ed è chiaro il senso in cui va intesa l’affermazione, passa il messaggio che a Palermo è possibile sconfiggere la mafia ma non il problema dell’immondizia, come del traffico o della mancanza d’acqua (fermiamoci qui).
Il sindaco è previsto abbia assessori per la promozione del turismo, come per la cultura, i trasporti pubblici, fino all’integrazione dei migranti. È corretto dedicarsi in prima persona al turismo e a quanto spetta per ruolo e funzioni ai suoi vari assessori, se il prezzo è lasciare irrisolte le necessità primarie dei cittadini?

Palermo colleziona tante bellissime medaglie: a chi fosse sfuggito, nel 2017 è stata la “Capitale italiana dei giovani“. Così come nel 2018 sarà la “Capitale italiana della cultura“, formidabile occasione di promozione turistica. È impossibile però trovare una compatibilità tra turismo e l’immondizia. E non basta l’estemporaneità di un Dolce & Gabbana eseguito in toccata e fuga, a questa città sono dovute programmazioni permanenti e servizi che funzionino.
Un’altra caratteristica del Leolook è l’insofferenza degli orlandiani alle critiche. Chiunque faccia notare qualcosa che proprio non va viene subito bollato come “nemico della contentezza“. Organizzare svaghi di piazza può esimere chi amministra la città dall’assicurare i servizi primari?
Non è certamente corretto che chi governa una realtà comunale con un patrimonio culturale e ambientale come Palermo faccia vivere ai suoi cittadini la sensazione che la promozione dell’immagine della città sia un merito eccezionale, invece che ordinaria amministrazione. Un dovere di chi amministra e un diritto del cittadino non deve mai lontanamente essere spacciato come grazia ricevuta. È evidente che essere Capitale della Cultura sia un’ottima risorsa da mettere a frutto per la città. Ma Palermo concorreva con Alghero, Aquileia, Comacchio, Ercolano, Montebelluna, Recanati, Settimo Torinese, Trento e l’Unione dei Comuni Elimo Ericini. Con tutto il rispetto, non contro Roma, Firenze o Venezia. Si tratta quindi di un riconoscimento meritato alla città, non qualcosa conquistato per motivi diversi. Non si può porgerlo al cittadino come la vittoria di un campionato, in contropartita alle strade luride e ai trasporti inefficienti, pretendendone contentezza e zitti per il resto.

Palermo ha un debito enorme con Orlando, che risale alle battaglie politiche di una stagione distante nel tempo, per le quali merita riconoscimento, memoria e rispetto. Avere la mafia per nemica giurata comporta ferite e conseguenze insanabili. Il ruolo di Leoluca Orlando, il suo spessore, il significato del suo impegno e i suoi sacrifici personali non possono essere messi in discussione.
Allo stesso tempo va ricordato che varcò il portone di Palazzo delle Aquile la prima volta nel 1980 come consigliere comunale. Dopo come assessore, poi cinque volte sindaco. Il suo modo di amministrare, sempre da protagonista superstar, non ha mai tollerato spazi dove fare crescere una costruzione politica non effimera e figure politicamente autonome. Orlando è un sovrano, compiaciuto dell’idea di incoronarsi da sè. È un difetto che questa città continua a pagare. L’altra faccia del Leolook.

Giusi Diana

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