Tutti seduti, parla il prof…

All’inizio dell’anno scolastico, come tutti gli anni, il dirigente (ex preside) della scuola chiamò un gruppo di docenti e propose loro di assumere alcune cariche e referenze. Disse che sarebbero stati retribuiti per un monte di 60 ore lavorative a testa. Ciascuna ora pagata a 17 euro lordi, 11 al netto. Roba da colf, con tutto il rispetto per la categoria.

Gli insegnanti accettarono, pur sapendo che avrebbero finito per lavorare quattro volte tanto, in realtà. Primo errore…

Poi arrivò la notizia che il fondo d’istituto, dal quale si prendono i soldi per finanziare i vari progetti, sarebbe stato tagliato a monte dal Gran Ministro Odore, perché non c’erano soldi. E nessuno pensò che questo potesse essere un campanello d’allarme, e nessuno pensò a dimettersi. Secondo errore…

Tutti continuarono a stare ai propri posti e svolsero le loro mansioni (che esulavano dagli obblighi contrattuali) senza mai porsi il problema del compenso.

Dopo sei mesi dall’inizio dell’anno scolastico, finalmente arrivarono i soldi del famoso fondo d’istituto. Ma si trattava solo di un acconto. E dal ministero arrivò anche la raccomandazione a contrattare sulla base di quell’anticipo, ergo non era certo che un saldo sarebbe mai arrivato.

La contrattazione nella scuola avviene grosso modo in questi termini: il dirigente si siede con le rappresentanze sindacali di base (docenti che per lo più non hanno idea di come dovrebbero svolgere il loro mandato, e finiscono per trasformarsi in tirapiedi del dirigente…), e insieme queste figure stabiliscono quanto del FIS (fondo d’istituto) sia da destinare al finanziamento di progetti, quanto al compenso dei docenti e dei collaboratori, del personale ATA ecc…

Qui arrivò il famoso nodo al famoso pettine. Le RSU, per meschine ripicche ed astio personale nei confronti di alcuni colleghi e collaboratori, si impuntarono ferocemente sul principio che quei pochi soldi si sarebbero dovuti spendere per finanziare un paio di progetti presentati da docenti “amici”, anche se questo avrebbe significato un taglio ai compensi delle altre figure coinvolte, e non da poco: del 40%. Ma intanto questi avevano già lavorato, e non poco. Altro che le 60 ore pattuite all’inizio dell’anno, sia pure verbalmente, col dirigente!

Ovviamente le ragioni di tale posizione vennero sapientemente coperte con le parole d’ordine giuste, tipo “il bene dei ragazzi”, “il piano dell’offerta formativa”…

Il più prezioso tra questi progetti da tutelare assolutamente, anche se ci fosse andata di mezzo la dovuta retribuzione di chi si era già fatto il mazzo, era il “Progetto Uncinetto”, la cui ricaduta sulla crescita umana e culturale degli alunni nessuno pensò minimamente di mettere in discussione. Terzo errore…

Qui, come si vede, gli errori sono tanti. Ma il primo, il peccato originale nonché mortale, consiste nel fatto che un lavoratore accetti di lavorare senza sapere con certezza come, quanto e quando sarà pagato. E questo modo di vivere nella scuola va avanti da troppo tempo. È una prassi, una cancrena, una devianza nel modo di concepire il rapporto tra lavoratore e datore di lavoro. E tutto questo ha fatto si che la scuola, e chi ci lavora, siano oggi in Italia considerati quanto lo sono: zero.

La colpa è di chi ha collaborato fin dal primo momento con questo sistema da terzo mondo, lontano un milione di anni luce da qualunque idea di civiltà del lavoro.

Come sempre, se ci pisciano in testa è perché noi gli permettiamo di farlo.

Ora in quella scuola tutti stanno a chiedersi cosa fare. Qualcuno vorrebbe dimettersi dagli incarichi, ma la consapevolezza dei diritti contrattuali è tale che altri gli dicono: “Guarda che non puoi dimetterti dal ruolo di referente per i viaggi d’istruzione! Non è legale!”. Cosa che ovviamente è una stupidaggine cosmica.

Mi viene da piangere, ma anche da ridere.

(l’autore del testo è un docente siciliano e un inguaribile sognatore)

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