Benvenuto alla Corte del Genio

Era dal 24 gennaio scorso che volevo incontrarlo: si era appena dimesso dopo nemmeno due mesi da allenatore del Palermo per divergenze insanabili con Zamparini.
Un sogno breve e abbagliante: tornare a Palermo come allenatore, lui che per cinque stagioni, ne era stato il capitano, amatissimo dal “popolo rosanero”.
Quel 24 gennaio c’era un sole primaverile ma il suo volto, inquadrato dalla tv per qualche secondo mentre in auto lasciava lo Stadio, era livido come il cielo quando si annuncia una tempesta.
Aveva appena rilasciato alla stampa una breve dichiarazione con parole affilate come lama di rasoio: “Mi dispiace da morire, ma non mi resta altro da fare: per coerenza e per il rispetto che devo alla città e ai tifosi del Palermo!”. E poi spiegò brevemente un paio di cose, già dette e ridette: che Zamparini lo aveva chiamato a fine novembre promettendogli per gennaio i rinforzi necessari.
Sappiamo tutti com’è finita e non ho nessuna voglia di tornarci su: Il Palermo retrocesso e Corini a rimestare su quello che avrebbe potuto essere e non è stato.
Sono passati quasi nove mesi da quel 24 gennaio e io, Corini, neo allenatore del Novara, l’ho seguito solo sui media. Ricordo che appena reso pubblico il calendario, ho subito cercato quando il Palermo avrebbe incontrato il Novara: “Quel giorno, a fine partita, qualunque sarà il risultato, io che non lo faccio mai, lo aspetterò in sala stampa e poi, se possibile, scambierò a quattr’occhi due parole con lui.
Invece l’ho incontrato ieri sera, a Novara, precisamente al “Piola”, dopo la rifinitura, un abbraccio e un “Arrivederci a più tardi”. A cena, in un ristorante chic, all’interno del Centro Sportivo “Novarello”.
Metti una sera a cena…
Io e “Il Genio” seduti a tavola, complice magari un buon sorso di rosso, diventiamo all’istante più propensi alle confidenze,. Anche alle più personali .
“Come mai qui a Novara se domani a Palermo c’è il Parma?”, mi ha subito chiesto e lo stupore gli si leggeva negli occhi.
“Perché conto di trasferirmi a Varese, dove vive la mia unica figlia: ci penso da anni …”.
“A Varese? E lascerai Palermo?… Anzi, il Palermo?”. Lo iniziale stupore era diventato incredulità e quando gli ho spiegato che lo facevo per amore della famiglia, mi ha guardato come fossi un alieno ed era invece ammirazione, perché ha detto: “Sei un grande Benvenuto, perché io so quanto ti costa lasciare la tua città. E la tua squadra del cuore, che ami così tanto!”. E, di seguito, una pacca sulla spalla che voleva anche essere un abbraccio ma lui è un tipo riservato, quasi pudico.
Da lì è cominciata una fitta conversazione, come scambiarci l’anima l’un l’altro: era come una gara, ci scambiavamo confidenze e perfino segreti, così che, alla fine, ciascuno sapeva tutto dell’altro ed era in grado di spiegare anche quello che, prima, sembrava un mistero inestricabile. Come le sue lacrime quando “Fui costretto a lasciare il Palermo che per me, in quel momento, fu come strapparmi il cuore dal petto!”.
Senza parole! Corini, il sobrio, gentile e garbato Corini che straripa nell’enfasi, se non nella retorica. Lui se ne accorge e sorride. “Sì, capisco il tuo stupore, ma lo ripeto: era proprio così che mi sono sentito quel giorno: ferito dentro, nei miei sentimenti più profondi!”. E per essere più convincente aggiunse: “Quello che mi fa più male è pensare che Palermo potrebbe essere non dico in cima ma fra le magnifiche sette sorelle del calcio italiano: ha un grande bacino di utenza, tifosi che non temono confronti, uno stadio meraviglioso, dove, se sei un uomo, devi dare sempre tutto te stesso e anche di più… Insomma, mi fa rabbia avere sfiorato a Palermo il paradiso, averlo perfino preso in pugno e poi vedermelo scivolare via come acqua tra le dita per l’indolenza, il menefreghismo, l’arroganza di certa gente!. Palermo potrebbe avere tutto il meglio, a cominciare da una grande squadra”.
Alludesse ai politici, al “patron” o alla mentalità di casa nostra o a tutte e tre le componenti non è poi tanto importante. Quel che mi commuove è l’amore viscerale che Corini ancora prova per la città. Il Palermo e i tifosi. A dispetto dei calci in faccia ricevuti sia al momento del primo esilio forzato dopo gli anni da capitano rosanero e a gennaio, dopo neanche due mesi di panchina, ovvero di sogno sognato ad occhi aperti.
Ed è a questo punto che, un po’ cinicamente, gli ho fatto la domanda capestro: “Cosa proverai quel pomeriggio che al “Barbera”, per la prima volta, da allenatore avversario, sbucherai dal tunnel degli spogliatoi?”.
Avrebbe potuto svicolare o menare il can per l’aia; avrebbe potuto sdilinquirmi con frasi ad effetto (tipo: “Avrò un nodo in gola e mi tremeranno le gambe”) ma siccome è una persona limpida come il cristallo, prima mi ha guardato con gli occhi diventati lucidi, poi, sommessamente, come fosse una preghiera ed era invece una confidenza fraterna, sillabando ogni parola ha detto: “Sbucherò da quel tunnel, guardando il cielo… Vedrò la folla sugli spalti e dirò a me stesso: “Ti ho dato tanto ma mai quanto tu hai dato a me!”.
Mi sono commosso, io che sono un povero vecchietto, con l’anima senza più difese così che basta sfiorarla per farla vibrare come corde di violino. Mi sono alzato dalla mia sedia e l’ho abbracciato. Poi, per ritrovare la gaia atmosfera della tavola imbandita, gli ho proposto un brindisi: “Alla salute. E che la nostra amicizia resista al tempo e allo spazio!”.
Ci vorranno anni, quelli che mi restano (spero tanti ancora, mi piace troppo vivere emozioni come queste) per dimenticare l’abbraccio con il quale ci siamo detti: “Ci vediamo per Palermo-Novara!”

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