Anzolin, l’agilità di un gatto

addio Anzolin

Il Palermo lo prelevò dal Marzotto per 40 milioni, strappandolo per un soffio al Milan. Lui pianse molto quando il suo papà gli comunicò la notizia: “Il Valdagno ti ha venduto al Palermo”. E, per confortarlo, aggiunse: “È la tua grande occasione, giocherai finalmente in serie A!”. I ricordi che conservo sono pochi ma preziosi, perché nel ’59 ero ancora solo un ragazzo che sognava di diventare giornalista. Ero comunque, già allora, un tifoso sfegatato del Palermo, che non si perdeva una partita dei propri beniamini. E Anzolin – che mio fratello Vladimiro ribattezzò “Angiolino” – io lo amai sin dalla sua prima apparizione allo Stadio. L’estate del ’59 era alle porte e Vycpalek, l’allenatore, era di quelli che più gente c’era agli allenamenti più era contento. Tant’è vero che, finita la seduta, amava intrattenersi con i tifosi, che lo adoravano per averlo avuto in precedenza come giocatore e capitano. Quella volta del primo allenamento di stagione c’ero anch’io e mi feci largo nella ressa che si era fatta intorno a lui. Avevo una domanda da fargli e non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione. “Mister – gli dissi – che può dirmi del nuovo portiere… Per quel poco che ho visto, Anzolin mi sembra un gran bell’acquisto per il Palermo… Lei che può dirci?”. Cesto mi guardò negli occhi un po’ sorpreso (“Guarda a questo che domande mi fa!…) e, con quella sua parlata lenta e masticata, disse: “Ma chi, Anzolin? Tra i pali è un gatto, difficile, “mooolto” difficile batterlo!”

”E per il resto?”. “Cesto” mi guardò negli occhi, come a imprimersi per bene il mio viso nella mente e, scandendo una parola dopo l’altra, aggiunse: “ Nel-le u-sci-te basse è fortissimo, non altrettanto nelle mischie e in quelle alte!”. E, così dicendo, come avesse premura, si infilò nel tunnel degli spogliatoi.

Quel pomeriggio me ne tornai a casa che ero una Pasqua. “Che bel portiere abbiamo trovato!… “. Ero su di giri perché Vycpalek aveva confermato in pieno l’impressione che ne avevo tratto io, subito dopo quel primo allenamento. E mi ripromettevo di conoscere vis à vis Anzolin per un’intervista da girare a un settimanale tutto rosanero, in edicola da pochi giorni. Ahimè non ne ricordo il nome. Quello che certamente non dimenticherò mai è quell’intervista, alla quale mi presentai con l’emozione dell’aspirante cronista nel cui petto batteva forte il cuore di un ardente tifoso. Il foglio nel quale venne pubblicata l’ho perso in uno dei tanti traslochi di casa e non me ne sono fatto ancora una ragione, ma per fortuna la memoria non mi tradisce e, volendo, potrei trascriverla parola per parola.

Nell’anno del suo arrivo in rosanero, nonostante le sue innumerevoli prodezze tra i pali, il Palermo retrocedette in serie B ma l’anno successivo Anzolin fu ancora di più il pilastro del Palermo, tornato prepotentemente in serie A. Tanto da suscitare l’interesse spasmodico della Juve che, pur di averlo, spese un capitale: in soldi e in… natura. Sborsò, infatti, cento milioni, oltre al prestito di Mattrel e alla cessione di tal Tarcisio Burgnich e dell’attaccante Borjesson.

Ricordo che la dirigenza rosa solo in extremis diede la notizia ai giornali, temendo la reazione dei tifosi. Che arrivò puntuale e rabbiosa per spegnersi poco dopo, appena constatato de visu che Mattrel non era un ripiego, ma un grande portiere anche lui.

Ieri, nella notte, Anzolin ci ha lasciati. Aveva 79 anni e ad assisterlo fino all’ultimo la moglie Gabriella e i suoi due figli.

Io ebbi modo di intervistarlo, via telefono, nel ’94 per “Hurrà Juventus”, nella quale tenevo una rubrica dal titolo: “I biancorosanero”: in pratica riportavo “alla luce” delle cronache quei vecchi giocatori che, nel corso della loro carriera, avevano vestito sia la maglia bianconera che quella rosanero.

Gli telefonai a casa sua, a Valdagno (nel Marzotto, da dov’era partito era ritornato nell’ ’85 per chiudere la carriera) ed ero intimidito come in quella prima mia intervista allo stadio: “Mi scusi, signor Roberto…” – esordii – si ricorda di me e di quell’intervista allo stadio di quasi 40 anni fa?… Sono quel mingherlino che incespicava nel fare le domande…”. E lui, ridendo di cuore. “Come no! Lo ricordo perché le dissi. “Su, coraggio! Lei da mingherlino non ha problemi a fare il suo lavoro, io invece…” .

Un metro e settantasette per settantadue chili di peso: non certo un gigante, eppure fu un portiere meraviglioso, perché aveva personalità, comandava la difesa e tra i pali era un felino: le prendeva tutte. Certo, nell’infuriare delle mischie sotto porta, i marcantoni avversari spesso lo spazzavano via come fuscello ma per fortuna aveva davanti, a proteggerlo, i più forti difensori d’Italia.

In quella telefonata del ’94 ebbi modo di … farlo tornare a Palermo con i ricordi e pure con certi rimpianti: “Avevo diciannove anni quando mi prese il Palermo e la Sicilia era così lontana… E se ne dicevano tante. Poi, però, assaggiai la pasta con le melanzane a Mondello…”.

Gli chiesi, infine, se era soddisfatto della sua carriera o magari avrebbe meritato di più: “Sì, ha detto bene. Meritavo di più! Ai Mondiali del ’66 in porta avrei dovuto esserci io e se c’ero io l’avrei parato quel diagonale del coreano!”. Il tutto con veemenza, come aspettasse da anni di togliersi quel sassolino dalle scarpe. Lui che era l’eleganza, lo stile e la moderazione fatta uomo.

Addio Roberto, portiere tanto diverso dai colossi di oggi eppure affidabile come loro ed anche di più. Leggiadro come un angelo e come un angelo volava da un palo all’altro.

Addio Roberto, persona dolce e sensibile che quando parlava della sua Gabriella, anche a cinquant’anni di distanza, gli tremava la voce. Me ne accorsi nella telefonata del ’94 quando il discorso cadde sulle forti tentazioni femminili cui deve resistere un giocatore per la sua prestanza e bellezza e soprattutto per il suo ridondante conto in banca. “Mai avuto problemi del genere! Nessuna tentazione potrebbe indurmi a mancare di rispetto alla mia Gabriella!”.

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