Figlio, stai tranquillo: papà non sarà mai come Francantonio

Il rapporto tra padre e figlio oscilla tra il semplice e il complesso. Sulle affinità elettive ci si incontra facile, calcio e musica sono collanti anche se si tifasse per squadre diverse e opposte fossero le tendenze di ascolto. È un mondo fatto di sottointendimenti, quello al maschile, che ha bisogno di poche parole e molti sguardi. Le confessioni potranno essere rare e modello fiume o potranno non esserci affatto, dipende dalla natura degli inevitabili conflitti, dalla necessità dell’uno di emulare l’altro, dall’istinto dell’altro di saper essere punto di riferimento ma non troppo invasivo. C’è la stagione dell’amore totemico a cui segue quella del distacco, sotto forma di rivolta dai comportamenti dei ruoli stabiliti per legge familiare. Non ci si bacia più, ci si abbraccia meno, il distacco corporeo è segno che hai davanti un altro uomo e non più solo un figlio.

Una storia drammatica, quella tra padre e figlio, non per l’inevitabile spoiler della vita, ma perché entra in ballo la più subdola delle parole che un vocabolario possa proporci. Si chiama aspettativa e coinvolge entrambe le vite. È la misura di quanto un padre vuole vedere di suo in un’esistenza che non gli appartiene e di quanto un figlio sarà capace di utilizzare di quel patrimonio genetico e culturale ereditato da chi gli ha dato vita terrena. E se quest’ultima è stata benigna, per merito o per caso, tra padre e figlio avverrà un naturale e gioioso prolungamento esistenziale. Non sempre sarà così e bisognerà sapersene fare una ragione da entrambe le sponde del fiume.

Il più bel frammento di letteratura contemporanea sul tema l’ha proposto Cormac McCarthy, il suo La Strada è un pugno sullo stomaco ma rappresenta l’affresco più emblematico della trasformazione della natura dei rapporti anche quando corrono sul filo della sopravvivenza.

E suonerà strano leggere nella stessa riga Cormac e Francantonio, ma è quella la perversa connessione che ci stimola la vicenda del giovane rampollo della dinastia Genovese. E del suo sciagurato padre che, appesantito da una condanna a 11 anni per l’inchiesta sui “Corsi d’oro” della formazione professionale, ha trasferito la sua eredità di consenso al ventunenne sangue del suo sangue. E nessun rossore da parte di entrambi. Un figlio che di fatto sosterrà l’esame di laurea in un’università che non ha mai frequentato ma di cui il padre ha pagato la cospicua retta; un padre che pur di mantenere le posizioni di comando non esita a sacrificare l’essere più amato sull’altare del potere.

E sono entrambi felici e sorridenti. Perché in questo caso non c’è conflitto tra la genetica e l’aria che respiri. Anzi, una sembra avere talmente condizionato l’altra da rendere ininfluente quella parolona detta cultura che dovrebbe aiutare a mitigare gli eventuali difetti di fabbrica. Potrai citare Steve Jobs quanto vuoi, caro Luigi, ma resti e resterai per tanti anni il figlio di. E visto che accetti il ruolo persino con esagerata disinvoltura, le colpe tue non sono minori di quelle di tuo padre. Non sei Paolo Maldini, fuoriclasse già in fasce, campione precoce e per destino, che oscurava il pur illustre genitore già in allenamento, sei il figlio di Francantonio che non è un’offesa, ci mancherebbe, ma sinora il tuo unico elemento di riconoscibilità.

Sei un esempio di quella mancanza di formazione – riferimento che prescinde dal core business di famiglia – che affligge molti dei tuoi coetanei che sognano il futuro bypassando il presente. Sei finito nel talent della politica, vincerai il seggio e ti dimenticherai di noi. E va bene così, perché in fondo queste stupide parole non erano rivolte a te e neanche a tuo padre. Sono per me e per mio figlio. È il sottinteso di cui sopra, la mia solenne promessa che non sarò mai come Francantonio. E anche un invito a mio figlio – ma credo che non ne abbia bisogno – a mandarmi a quel paese se mai avessi la tentazione di farlo. E ora ripassiamoci Cormac.

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