Università, mobilità sociale e sviluppo: i costi della demeritocrazia

Una riflessione su impegno e sacrifici dei nostri giovani, delle loro aspettative e delle prospettive concrete che in Italia mancano. Uno sguardo al passato per non accettare il futuro… a proposito delle recenti notizie di cronaca riguardanti il baronaggio universitario

Papà mio era medico e suo padre, mio nonno, che non ho conosciuto, era contadino e lavorava un fazzoletto di terra di sua proprietà.
Un chiaro esempio di mobilità sociale perché mio padre era andato a scuola, da seminarista, poi l’università, poi la laurea, mentre mio nonno si era fermato alla licenza elementare.  Conquista ed acquisizione di un nuovo status sociale: per differenza di reddito, dei consumi, per il tipo di abitazione e per il genere di opzioni acquisite, per il vivere in città, per il prestigio raggiunto.

Si assiste oggi invece ad un netto peggioramento delle opportunità di riuscita sociale ed occupazionale dei giovani, e paradossalmente questo si aggrava con la crescita dei loro livelli di istruzione. Trovando spazio in posizioni professionali meno qualificate di quelle nelle quali, a parità di istruzione, erano collocati i loro genitori, parecchi di essi, vedendo disperdere improduttivamente il loro capitale umano, fuggono trasferendo queste competenze fuori dall’Italia. Un investimento senza ritorno per il territorio con la perdita di risorse ed una riduzione di opportunità per il nostro paese.

Considerando che per l’Italia la spesa per studente sostenuta dalle istituzioni pubbliche durante gli anni necessari a completare il ciclo dell’istruzione, a partire dalla scuola primaria fino alla laurea, è pari complessivamente a 108.000 euro (stima Ocse), il mancato ritorno dell’investimento realizzato dal nostro Paese, con riferimento ai 5.000 laureati meridionali che nel 2013 hanno lasciato l’Italia, è pari a 540 milioni di euro in un anno. Con riferimento ai 26.000 laureati meridionali che oggi vivono nel Centro-Nord, l’impatto economico può essere valutato in poco più di 2,8 miliardi di euro, che in totale, fa 3,3 miliardi di euro.

Il merito diventa un ostacolo e non un vantaggio ed i risultati sono evidenti: se la selezione segue  criteri legati a condizionamenti, raccomandazioni e sistemi clientelari la mobilità sociale si blocca con conseguenze disastrose che compromettono gravemente le capacità professionali, culturali, tecnologiche, intellettuali della nostra classe dirigente e politica.
E’ ovvio che, per porre un argine al rischio di scomparsa dalla scena del nostro paese di ogni veicolo di ascesa sociale,  bisogna  pensare, ripristinare, ove siano mai esistite, procedure meritocratiche di selezione degli aspiranti alle varie posizioni occupazionali e un’organica serie di politiche pubbliche (educative, economiche, edilizie, di welfare) intese ad accrescere le loro possibilità di emanciparsi da un’eccessivamente lunga dipendenza materiale dalla famiglia d’origine. [Leggi tutto]

Giusto Catania

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