Le nomine di Crocetta e la rivoluzione mancata di Micari

Circa tre settimane fa abbiamo avuto occasione di chiedere pubblicamente a Fabrizio Micari, candidato del centrosinistra alla presidenza della Regione Siciliana, di dimettersi da rettore dell’Università di Palermo. Non per scontate ragioni di opportunità, che comunque e prevedibilmente gli torneranno in faccia nel corso dell’intera campagna elettorale, ma per qualcosa di davvero rivoluzionario, qualificazione decisamente annacquata in era crocettiana. Per dare, cioè, una dimostrazione concreta di distinzione – per favore, abbandoniamo il termine “discontinuità” che farebbe ormai ridere pure i “siddiati”- da metodi e personaggi del presente e del passato.

Purtroppo, non è accaduto nulla e la speranza di un cambiamento nei comportamenti di chi si candida a ruoli pubblici rilevanti si è infranta sugli scogli della tutela dei destini personali. Tant’è. Il punto, adesso, è un altro. Dinanzi alla spregiudicata iperattività da parte di Rosario Crocetta a poca distanza dal voto, vedi le raffiche di nomine di ogni ordine e grado condite con gli aumenti stipendiali ai forestali – spregiudicata ma non nuova, ne sanno qualcosa i suoi predecessori Raffaele Lombardo e Totò Cuffaro – proprio il professor Micari, ammesso che in cuor suo contesti il modus operandi del governatore uscente, come ha fatto Leoluca Orlando, avrebbe una qualche difficoltà a stigmatizzare, anzi, apertamente condannare una visione abbastanza disinvolta e partigiana delle cariche pubbliche rivestite. Infatti, sta zitto, al netto di qualche leggera sculacciata, e non va bene. In verità stanno tutti zitti dinanzi allo scempio esagerato, perpetrato nei piani alti di Palazzo d’Orleans, di ogni minima regola di decoro e rispetto delle istituzioni. Silenzio del segretario regionale del PD Fausto Raciti, dei capicorrente e deputati del partito. Silenzio degli alleati, da Totò Cardinale ad Angelino Alfano. Se lasciare a Crocetta carta bianca è stato il prezzo per assicurarsi il suo ritiro si tratta di un conto piuttosto salato.

In ogni caso, siamo in campagna elettorale e qualcuno avrà pensato che sarebbe da folli scatenare ora uno scontro con Crocetta sulle nomine, meglio rimanere fermi all’incredibile standing ovation che la direzione regionale dem gli ha recentemente tributato dopo avergli, però, rifiutato la ricandidatura. Forse, invece, è maggiormente folle non guardare alla caduta di credibilità nei confronti degli elettori, seppure in una terra in cui è ancora forte il voto clientelare e di apparato, in sconfinata misura arruolati nell’esercito degli astensionisti. Costoro non riescono a intravedere nemmeno stavolta – a destra, a sinistra e al centro, e considerando le faide interne che stanno dilaniando il movimento 5Stelle – alcun segnale di novità mentre nei luoghi della politica, e financo nelle istituzioni, si ripetono ossessivamente i riti miserevoli di sempre.

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