Per chi suona la campanella. Lettera aperta al mondo della scuola

Innanzitutto buon lavoro. Perché l’educazione non è poca cosa, soprattutto in tempi come i nostri in cui ripudiare gli aspetti formali tante volte ha lo stesso effetto di buttare il bambinello con l’acqua sporca. Buon lavoro a tutti gli studenti, ai prof, ai presidi, ai bidelli e alle segreterie. Come vedete i nomi sono quelli di una volta, niente dirigenti scolastici o personale Ata. Niente ipocrisie, chiamiamoci per quello che siamo, proviamo a dare un primo insegnamento a questi nostri figli che oggi rientrano in classe.

O vi entrano per la prima volta. E passeranno anni, cari genitori, ma non dimenticherete mai lo sguardo di vostro figlio che vi lascia la mano, sia esso un segnale di gioia o di smarrimento. Quegli occhi che lanciano l’allarme, il distacco è cominciato, graduale, lento, progressivo. Diciamolo ai nostri figli che la persona con cui trascorrerà buona parte della sua giornata è qualcosa di diverso di una mamma. Insegnerà a leggere e scrivere e, nel suo piccolo, speriamo anche a vivere. E non c’è differenza tra i bambini di oggi e mio figlio che questo rito lo affronta per l’ultima volta.

La campanella suona per tutti allo stesso orario e allo stesso modo si entra in classe. Con la speranza di uscirne presto, con la certezza che quello è e sarà il tuo regno.

Un regno sempre più fatiscente e in nome del quale chiediamo una moratoria: che non si faccia obbligo ad ogni Ministro che si occupa della materia di varare una riforma, troppo spesso confusa e contraddittoria. Per non parlare delle mura, scricchiolanti a sud più che a nord, prima vera discriminazione che proponiamo alle loro giovani menti. E poi ci si lamenta che vanno via a prescindere…

Non sono più soltanto cervelli in fuga, secondo e meno doloroso passaggio perché si tratta della vita professionale, ma migranti in cerca di futuro, a volte persino di sopravvivenza. Oggi la differenza tra Palermo o Catania e Padova o Mantova è abissale in termini di efficienza e, perché no, anche di bellezza che non è cosa da poco.

E poi ci sono loro, i professori. Alcuni indegni di questo mestiere, senza vocazione e privi di necessari strumenti culturali. Profili inadeguati se ne trovano in ogni mestiere, ma un impiegato delle poste scarso produce effetti negativi minori di un professore scarso. La maggioranza, per fortuna, appartiene alla razza che crede ancora nei valori della scuola e la mattina non va a timbrare il cartellino ma si mette l’elmetto per affrontare ogni giorno la battaglia più bella che ci sia, fatta di condivisione, empatia e trasferimento di saperi.

Di fronte una giuria implacabile che ti odia il giusto e non ti dimenticherà per tutta la vita. A questi maestri (ma sì, diciamolo alla latina) deve andare il nostro abbraccio e anche una piccola raccomandazione affinché non si perda di vista un fatto essenziale. La scuola è dei ragazzi, è un loro diritto che essa funzioni al meglio, è un vostro dovere fare in modo che ciò avvenga. I ragazzi sono il pubblico di una partita di calcio che senza di esso non avrebbe motivo di esistere. La scuola deve essere studiata per le loro esigenze, sia che si tratti di orari e settimana corta che di iniziative didattiche e viaggi d’istruzione. Il prof migliore è quello che si nota meno, che usa il registro solo per segnare le assenze, che non si lascia schiacciare dalle storture della burocrazia e sa valutare indipendentemente dai valori numerici di compiti in classe a cui non credono più neanche loro.

Il preside migliore è quello che sa orchestrare muovendo la bacchetta con movimenti leggeri e che sa resistere alla tentazione di essere il primo burocrate di un’infinità e nefasta catena. Non è facile per nessuno  varcare i cancelli della scuola, è un lavoro sporco, ma qualcuno dovrà pur farlo (cit.)…

Un sorriso paterno per i tanti bambini che cominciano oggi la loro avventura, un abbraccio adulto ai maturandi con l’auspicio che si godano fino in fondo questo rush finale. Tutti loro, come noi, rimpiangeranno quegli anni e lo racconteranno ai loro figli.

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