Renzi, il Pd in Sicilia e i conti che non tornano

Ecco le dichiarazioni rese in queste ore dai vertici del PD, segretario e presidente. Matteo Renzi: “Nessuno può sapere come andrà a finire in Sicilia. Può succedere di tutto. Ma io ne resto fuori”. Matteo Orfini: “La coalizione più larga possibile che stiamo provando a costruire nell’isola attorno alla figura di Fabrizio Micari non potrà essere riproposta a livello nazionale”.
I conti non tornano, vediamo perché. Il primo, Renzi, sta provando a smarcarsi da una competizione elettorale in cui il suo partito è dentro fino al collo con enormi responsabilità per avere sostenuto con i suoi deputati regionali ben quattro governi regionali presieduti da Rosario Crocetta, esecutivi tra i più inadeguati, soprattutto sul piano delle riforme mancate sebbene strombazzate ai quattro venti, della storia dell’autonomia siciliana.
Il secondo, Orfini, non è da meno e tenta di relegare le regionali siciliane del 5 novembre – con i suoi oltre quattro milioni e mezzo di potenziali elettori – a fatto meramente locale e slegato da logiche nazionali. In realtà così non è, anche i bambini sanno che la scelta di Angelino Alfano di abbracciare il centrosinistra piuttosto che il centrodestra di Berlusconi nasce da un accordo romano in vista delle politiche del 2018. Accordo ora messo in crisi dall’esternazione di Orfini.
No, decisamente i conti non tornano e maggiore onestà dinanzi ai siciliani, forse sconcertati da quanto sta accadendo, non guasterebbe. In queste condizioni, con il manifesto disimpegno del PD nazionale e mutevoli trattative dietro le quinte, mi pare complicato per un candidato come Fabrizio Micari, che già parte indebolito per non aver preso in minima considerazione le sue dimissioni da rettore dell’Ateneo palermitano, condurre una produttiva campagna elettorale, con una coalizione in bilico – persiste la ricandidatura di Crocetta (seppure c’è un’ultima ora su una sua quasi certa rinuncia dopo un colloquio con Renzi) e tarda la benedizione di Alfano che patisce parecchi malumori dentro il suo partito per metà proiettato in direzione del centrodestra – e parziale rispetto alle intenzioni di partenza per non essere riuscita a comprendere le sinistre sembra ormai riunite e capitanate da Claudio Fava.
C’è di più. Non è ancora chiaro come il PD intende risolvere la pesante contraddizione presente all’interno del partito in cui c’è chi parla di discontinuità rispetto all’esperienza governativa crocettiana – vedi Davide Faraone, voce renziana in Sicilia (pur mantenendo tuttora propri assessori in giunta) – e chi invece – vedi il potente assessore all’agricoltura Antonello Cracolici e il segretario Fausto Raciti – parla chiaramente di voler recuperare Crocetta e quella esperienza. Una contraddizione la cui soluzione a favore dei secondi potrebbe creare non pochi problemi a Leoluca Orlando (meno a Micari alquanto blando sulla discontinuità) che con chiarezza ha posto la netta separazione da Crocetta come conditio sine qua non per essere della partita.
Come si fa ad affrontare una campagna elettorale con ambiguità di tale portata regalate su un piatto d’argento agli avversari? Sorge il dubbio che nel centrosinistra la corsa non sia tanto per Palazzo d’Orleans, allo scopo di cambiare la Sicilia, ma per acchiappare seggi all’Ars oggi e domani a Montecitorio e a Palazzo Madama.
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