L’amore, il blues e il dritto incrociato: gioco, partita, incontro…

“Ci sono dei momenti in cui ho voglia di star solo, rinchiuso in una stanza a pensare ai fatti miei…”.

Giorgio Gaber è stato il più geniale situazionista della nostra generazione, due colpi di pennello e viene fuori un quadro. Un corridoio d’ospedale, lo sguardo fisso sulle croste dei muri più frastagliate delle ferite della tua anima. Tutti via, si naviga in solitario, ammessi a bordo solo i miei pensieri. E poco importa se hai sotto appena 40 cavalli, la rotta è verso l’infinito.

Caro diario, questa giornata è lo specchio della nostra esistenza, un uccello che non ha memoria e devi immaginare da che parte va (cit.).

L’emozione che ti taglia la voce, te la porta sino a due ottave sotto sino a mozzartela in gola e ti tradisce proprio nel giorno dell’incontro fatato; e poi quel cagnolino che ti morde da dentro e ti sbrindella lo stomaco e la dignità, che si chiami emozione o turbamento… E infine il patimento dell’abbandono, perché quando si ama (che parolona, ma non andiamo per mezze misure…) la separazione anche di un minuto pesa, eccome se pesa. Cosa starà facendo, con chi sarà, cosa starà pensando…

L’amore è sofferenza, è il blues, ma quello del Mississipi, lento e dolente, quello con l’anima scoperta che la vedi e la puoi toccare. La mia anima è blu, un blu profondo, di quello che se non hai l’occhio attento non riesci a cogliere le tracce di ciò che l’ha segnata.

Corridoio d’ospedale. “In questi momenti, cari compagni, ributtatemi nella realtà…” Irrompe di nuovo Giorgio, implacabile con la sua sostanza datata anni ’70, incomprensibile alla mia essenza di oggi che vuole disperatamente perdersi nel sogno del mattino, nella seconda prima colazione, nel pompelmo rosa con brioche che poteva anche essere arsenico e polvere di scarafaggio e lo stesso mi sarebbe sembrato buonissimo e meraviglioso.

Non c’entra l’età, anagrafica o apparente, quando il motore parte siamo tutti uguali, maschi e femmine, colti o beceri, belli o brutti. Diciamo e facciamo cazzate, le più straordinarie e inverosimili, ma anche le più belle da ricordare. O da maledire, dipende dall’esito di questa partita.

Ti giochi il 15 decisivo con il dritto incrociato, più difficile del lungo linea specie se lo fai in corsa, ma l’incrocio in fondo è stato il simbolo della mia esistenza che della magia degli incroci vuole continuare a nutrirsi. Inaspettati, a volte respinti, sempre desiderati. Il dritto incrociato è come una serenata, se sbagli il tempo resta solo l’idea che sarà anche romantica ma intanto il tuo colpo è finito in rete. È il vorrei ma non posso. Ma se il tempo è quello giusto, è come un orgasmo, di quelli che ricorderai per sempre. Voluto e cercato.

Ripassi la scaletta che comincia con l’attrazione, passa per la conoscenza, chiude con l’amore. Non sempre. E allora sono cazzi. Perché c’è un tempo in cui non c’è più molto tempo e pensi al meraviglioso Servillo che lascia il letto dell’amante di una notte per sfuggire alle diapositive e al racconto del suo viaggio. La Grande bellezza è il dritto incrociato che cade proprio dove tu avevi pensato. C’è un tempo in cui i palleggi preliminari devono essere vita e non sogno. E vuoi toccare non immaginare. Gioco, partita, incontro. Le senti queste tre parole. Ma non sai chi ha vinto.

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