Dalla Chiesa, la mafia poté ucciderlo perché lo Stato lo lasciò solo

La mafia ebbe paura di lui, ma poté ucciderlo perché lo Stato lo lasciò solo. La figura di Alto Commissario per la lotta alla mafia, venne istituita solo tre giorni dopo la sua morte. Carriera militare e lotta al crimine organizzato erano tradizioni di famiglia: il padre di Carlo Alberto Dalla Chiesa, Romano, anch’egli generale dei Carabinieri, aveva partecipato da giovane alle campagne del prefetto Cesari Mori in Sicilia contro Cosa Nostra. Anche il fratello minore, Romolo, fu generale dei Carabinieri.

Classe 1920, sottotenente di complemento in Montenegro nel 1941 durante la Seconda guerra mondiale, Carlo Alberto Dalla Chiesa fu assegnato nel 1942 alla Tenenza dei Carabinieri di San Benedetto del Tronto. Nel 1943 prese parte alla Resistenza, in formazioni clandestine nelle Marche e in Abruzzo e il 4 giugno 1944, giorno della Liberazione di Roma, Carlo Alberto entrò con un contingente di carabinieri a seguito delle truppe della 5a armata americana.

Carlo Alberto Dalla Chiesa, capitano a CorleoneDopo numerosi incarichi (Bari, Roma, Salsomaggiore, Casoria, Firenze, Como e Milano), da capitano fu assegnato su sua richiesta al Comando Forze Repressione Banditismo, formazione interforze costituita per eliminare le bande di criminali in Sicilia, come quella del bandito Salvatore Giuliano. Carlo Alberto dalla Chiesa divenne comandante del Terzo Gruppo Squadriglie dei Carabinieri di Corleone, meritando la medaglia d’argento al valore militare. Durante le tante indagini di quel periodo, riuscì a trovare il corpo del sindacalista della Cgil Placido Rizzotto, esponente locale di spicco del partito socialista, gettato nelle foibe di Rocca Busambra, nei pressi di Corleone. Dalla Chiesa incriminò per l’omicidio l’allora giovane emergente boss Luciano Liggio, che fu assolto per insufficienza di prove. Rimase a Corleone al Comando Forze Repressione Banditismo solo 9 mesi, dal 3 settembre al 22 giugno 1950 (poco dopo la morte del bandito Salvatore Giuliano il 3 luglio 1950, il Comando fu sciolto), ma ebbe il merito di avere messo a fuoco per primo la pericolosità della nuova mafia corleonese.

Tornò in Sicilia per combattere la sua seconda battaglia contro la mafia dal 1966 al 1973 con il grado di colonnello, al comando della Legione carabinieri di Palermo. Furono gli anni delle strage di viale Lazio (1969), della scomparsa del giornalista Mauro De Mauro (1970), dell’omicidio del procuratore della Repubblica di Palermo Pietro Scaglione (1971). Benché la Legione svolgesse al tempo essenzialmente funzioni di demoltiplicazione del comando, Dalla Chiesa volle esercitare invece un ruolo operativo di primo piano.
Fu lui a consegnare personalmente nel 1970 al procuratore di Palermo Scaglione, accompagnato dall’allora capitano Giuseppe Russo (entrambi assassinati dalla mafia) gli esiti degli accertamenti preliminari sulla scomparsa di Mauro De Mauro.
Concepì e presentò il “dossier dei 114“, poderoso rapporto giudiziario elaborato non come lista dei profili biografico-criminali dei singoli mafiosi, piuttosto come minuziosa rappresentazione del complesso delle relazioni degli appartanenti alle cosche, sia familiari che con gli amici-fiancheggiatori, e ogni possibile ramificazione di rapporti, legami e contatti, in Sicilia, in Italia e all’estero. In esso si esaminavano le caratteristiche della nuova mafia, la proiezione verso la Sicilia orientale, il coinvolgimento nel traffico internazionale degli stupefacenti, i vincoli con soggetti siculo-canadesi e siculo-americani. Il dossier costituì le fondamenta di ogni futura indagine contro la mafia. Dalla Chiesa impose un’innovazione rivoluzionaria, quella di modificare la destinazione delle richieste di confino dei boss, non più alle periferie delle città del nord Italia, ma nelle isole di Linosa, Asinara e Lampedusa.
Sostenne decisamente, anche al “Comitato per lo studio dei collegamenti tra mafia e droga” della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia, nell’audizione del 26 aprile 1973, il suo convincimento sulla necessità di confiscare i beni e i capitali dei mafiosi: “specie quando si è avuta notizia di trasferimenti o investimenti all’estero di capitali illecitamente acquisiti”.

Generale Carlo Alberto Dalla ChiesaPromosso generale di brigata nel 1973, si impegnò con successo nella lotta contro il terrorismo, in particolare contro le Brigate Rosse. Nel maggio del 1974, ricevette l’incarico di dirigere il primo Nucleo Speciale Antiterrorismo, con base a Torino, e dopo solo tre mesi catturò i capi storici delle BR, Renato Curcio e Alberto Franceschini. Divenuto generale di divisione, il 9 agosto 1978 venne nominato Coordinatore delle Forze di Polizia e degli Agenti Informativi per la lotta contro il terrorismo. Il 16 dicembre venne nominato Vice Comandante Generale dell’Arma, incarico già ricoperto dal padre Romano, e promosso generale di corpo d’armata, la massima carica per un ufficiale dei Carabinieri.

Emanuela Setti Carraro e Carlo Alberto Dalla Chiesa, uccisi dalla mafia il 3 settembre 1982
Emanuela Setti Carraro e Carlo Alberto Dalla Chiesa, si erano sposati il 10 luglio 1982

La gravissima situazione di Palermo, dove imperversava la cosiddetta Seconda guerra di mafia, aveva indotto il ministro degli Interni Virginio Rognoni nel marzo del 1982 a proporre a Dalla Chiesa di accettare la carica di prefetto di Palermo. Il generale aveva subordinato la sua eventuale accettazione alla concessione, per il contrasto efficace alla mafia, di necessari pieni poteri, straordinari rispetto alla normativa di allora. In sostanza, l’istituzione dell’ufficio di “Alto Commissario per la lotta alla mafia”. Quando il il 30 aprile 1982 Pio La Torre, segretario del Pci in Sicilia, venne ucciso a Palermo, il presidente del Consiglio Giovanni Spadolini, su proposta del ministro Rognoni, chiese a Dalla Chiesa di recarsi immediatamente nell’Isola. Il generale accettò l’incarico, fidando nella promessa da parte del Governo dell’immediato conferimento dei pieni poteri richiesti. Il 5 maggio 1982 venne quindi nominato prefetto e messo contemporaneamente in congedo dall’Arma.
Giunto a Palermo si mise subito al lavoro e il 13 luglio ordinò la trasmissione alla Procura di Palermo del “rapporto dei 162“, redatto dalla Squadra Mobile e dal Nucleo Operativo dei Carabinieri di Palermo, una mappa del potere di Cosa Nostra a Palermo. Il rapporto portava la «firma congiunta» di polizia e carabinieri e ricostruiva l’organigramma delle famiglie mafiose palermitane attraverso scrupolose indagini e riscontri. Fu stilato da Ninni Cassarà.
Nel frattempo Dalla Chiesa non mancò di esternare il mancato rispetto degli impegni assunti dal governo su una massiccia presenza delle forze dell’ordine e dei mezzi necessari per il contrasto alla criminalità organizzata. Emblematica la sua frase: “Mi mandano in una realtà come Palermo con gli stessi poteri del prefetto di Forlì“.

Le indagini condotte personalmente dal capo dell’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo Rocco Chinnici, in seguito al “rapporto dei 162” diedero origine il 17 agosto a 87 mandati di cattura e 18 arresti, evidenziando anche le commistioni tra mafia e politica.

Nel frattempo si inasprirono le polemiche. Dalla Chiesa fece presente come fosse impossibile che i quattro maggiori costruttori siciliani, i Cavalieri del lavoro catanesi Carmelo Costanzo, Mario Rendo, Gaetano Graci e Francesco Finocchiaro, potessero svolgere la loro attività a Palermo se non vi fosse una nuova mappa del potere mafioso. L’allora presidente della Regione Mario D’Acquisto lo invitò pubblicamente a presentare le prove delle sue accuse oppure ad astenersi da affermazioni che non potessero essere provate.

L'agente Domenico Russo, ucciso dalla mafia assieme a Carlo Alberto Dalla Chiesa e alla moglie Emanuela Setti Carraro
L’agente Domenico Russo, ucciso assieme ai coniugi Dalla Chiesa

Ma la terza battaglia di Carlo Alberto Dalla Chiesa in Sicilia stava per concludersi, in via Carini a Palermo. Dopo poco più di cento giorni da prefetto disarmato, la sera del 3 settembre 1982 Dalla Chiesa si trovava sull’auto guidata dalla moglie Emanuela Setti Carraro, sposata il 10 luglio, nemmeno due mesi prima. L’utilitaria dei Dalla Chiesa fu accostata da una vettura da cui partirono i colpi di Kalashnikov che uccisero entrambi i coniugi. Da una motocicletta fu sparata la raffica che tolse la vita all’agente di scorta Domenico Russo, che li seguiva in macchina a poca distanza.

Appena tre giorni dopo la morte di Dalla Chiesa, il governo istituì la figura dell'”Alto Commissario per il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa” (decreto legge 6 settembre 1982 n. 629 – convertito nella legge 726 del 12 ottobre 1982). Il 13 settembre il Parlamento approvò la legge Rognoni-La Torre 683/1982, che introducendo nel codice penale l’articolo 416-bis finalmente riconosceva l’associazione a delinquere di tipo mafioso.


Timeline del 3 settembre – Accadde oggi, a cura di Filippo Barbaro 

1935 – Sir Malcolm Campbell raggiunge 304,331 miglia orarie sul Bonneville Speedway nello Utah, diventando la prima persona a guidare un’automobile sopra le 300 miglia orarie
1950 – Nino Farina su Alfa Romeo 159 (F1) vince il primo campionato mondiale di Formula 1 della storia nel Gran Premio d’Italia a Monza
1967 – Dagen H (“Giorno H”) in Svezia: il traffico passa dalla guida a sinistra a quella a destra
1982 – Muore a Palermo a seguito di un agguato mafioso il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (27 settembre 1920 – 3 settembre 1982)

I NATI OGGI

1875 – Ferdinand Porsche, ingegnere e imprenditore austriaco
1926 – Irene Papas, attrice greca
1947 – Mario Draghi, economista, accademico e banchiere
1953 – Jean-Pierre Jeunet, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico francese
1957 – Tiziana Ferrario, giornalista e conduttrice televisiva
1959 – Marco Baldini, conduttore radiofonico e personaggio televisivo

 

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