Sgarbi, Orlando e la politica al tempo di ca**# e stro*#*

Vittorio Sgarbi è un genio e badiamo bene non siamo proprio nella sfera dei complimenti. Il genio è un’eccezione e noi siamo contenti che Sgarbi lo sia. Tuttavia accade che, nel giorno in cui il centrodestra, facendo salti mortali, riesce a far digerire ad ogni sua infinitesimale particella la candidatura di Nello Musumeci, il magnifico Vittorio soffia come un tornado, piazza due o tre delle sue proverbiali e assai studiate parolacce e si prende la scena, tutta tutta.

E la cosa bella è che gli riesce dicendo alcune delle più auliche corbellerie mai udite, politicamente parlando. La prima fra tutte: “Corro da solo e vinco”. Ma questo non importa, adesso tutti hanno il volume un po’ più alto. Ciò che merita attenzione è l’uso spregiudicato del linguaggio, arma tattica che strappa il titolo sui giornali, perché – e qui torniamo alla questione del genio – ormai la parolaccia nuda e cruda non fa più impressione a nessuno. Ma quella inserita in un concetto, che addirittura riesce a dare forza alle argomentazioni, proprio quella invece risulta vincente. Si confida con Salvo Toscano, brillante penna di Livesicilia e sulla platea più qualificata del web non usa mezzi termini: “Mi candido perché io sono Sgarbi e loro chi cazzo sono”, così, tanto per cominciare. E poi “Sono residente a Calascibetta, sono venuto in Sicilia per incularmeli tutti…”. Infine: “Mi prendo i voti di Cuffaro e vinco da solo”. Questa sarebbe la terza sconcezza, ma si entra nel campo della provocazione politica che prosegue con tante altre argomentazione che hanno una loro logica. Ma Sgarbi sa bene che senza tale sfoggio di volgarità, chi mai avrebbe prestato attenzione alla sua corsa solitaria?

A suo modo ha fatto ancora più scalpore Leoluca Orlando, gesuita di formazione, di grande cultura ed educazione: a 70 anni suonati, per giustificare la sua ennesima candidatura a sindaco di Palermo, ha dovuto fare anche lui il monellaccio: “Palermo ha ancora bisogno di uno stronzo come me”. Bella giustificazione… Però ha funzionato. E per mesi non s’è parlato d’altro. Cazzo di qua, stronzo di là, alcuni sostengono che la parolaccia, anzi il turpiloquio in generale, contribuisca ad abbattere le distanze con i giovani. Francamente siamo nel campo delle banalità, poteva valere negli anni ’50. Più semplicemente solletica quella parte pecoreccia che alberga in ognuno di noi (la prima persona plurale è tattica, così nessuno s’offende…), quella che ridacchia ancora riguardando Lino Banfi che sbava mentre spia Edvige sotto la doccia, che d’istinto pensa ancora che dire frocio equivale ad un’offesa, che a rutti e scoregge è ancora bello fare a gara. E guardate che stiamo parlando di una maggioranza, più silenziosa e nascosta di prima, ma sempre maggioranza. Non sfuggirà che il consenso si costruisce sui numeri, parlando alla pancia del popolo più che alla testa. Nessuno che rischi di parlare al cuore, ricettore delle emozioni, troppo complicato e troppo rischioso perché le sensibilità sono variabili. La volgarità ha invece un solo carattere.

E pensare che in Italia il turpiloquio era reato penale sino alle soglie del 2000, punibile con ammenda fino a 100.000 lire. Già, le lire, uno stimolo in più in direzione della nostalgia. Ma ce lo vedete voi il divo Giulio – che pure poteva permetterselo – dire “Io sono Andreotti e voi non contate un cazzo”, oppure il sanguigno Fanfani azzardare “ Vado a Palazzo Chigi e me li ……. tutti”? Non è che in fondo stavamo meglio quando stavamo peggio?  Caro Vittorio e caro Leoluca, a questo ci avete portato, a rimpiangere Andreotti e Fanfani. E che cazzo…

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