La violenza negli ospedali siciliani. “La morte è una componente della vita, ma non sappiamo accettarlo”

“Volete dirmi in quale altra parte d’Italia i medici sono così assediati come in Sicilia?”.

Una domanda che è il prologo di una lunga confessione che segue l’ennesimo caso di violenza in un ospedale pubblico di Palermo dopo il decesso di una paziente.

Davanti a noi un medico di lungo corso che in 25 anni di sanità pubblica ne ha viste tante, che tante volte ha preso le parti degli utenti contro un sistema che non facilita i rapporti con i malati ma che non esita a puntare il dito contro un aspetto che troppo spesso condanna senza appello medici e personale sanitario. Rompe il silenzio, interpretando il pensiero di molti colleghi, “non per fare polemica quanto per creare le basi per una riflessione comune tra medico e paziente”. Il suo nome è secondario, come pure la struttura pubblica in cui lavora, “anche perché Villa Sofia non è diversa dall’Ospedale Civico e l’Ingrassia dal Cervello”. Lo ascoltiamo in una saletta all’interno del reparto, a turno finito da un paio d’ore. Lucido come fosse ad inizio giornata, effetto dell’adrenalina accumulata e non ancora smaltita.

“Il valore della vita è sacro ed è una cosa che noi ci ripetiamo ogni giorno quando entriamo in ospedale. Ci sono reparti in cui ogni giorno si lotta contro la morte e il rapporto di fiducia è fondamentale soprattutto perché consente al paziente di affrontare al meglio l’esperienza certamente più dura della sua esistenza. I casi di malasanità esistono, in tutta Italia, è giusto non nasconderli, ma c’è un aspetto culturale che è opportuno sottolineare e di cui troppo poco si parla.

Oggi non sappiamo accettare il fatto che la morte è una componente della vita e che il medico non sempre è in condizione di differirla. L’aspettativa di vita è cresciuta e la medicina è artefice di ciò. Mio nonno è morto a 66 anni, oggi a 70 anni si è giovani. Ma non si è eterni e bisogna accettarlo. Bisogna accettare che il corpo umano è la più perfetta delle macchine ma che il malfunzionamento contemporaneo di molti ingranaggi compromette irrimediabilmente il motore. E non serve distruggere un reparto o picchiare un medico. L’ospedale è un luogo di cura non il tempio dei miracoli. Se non passa questo messaggio dovremo abituarci a schierare l’esercito davanti ai reparti perché non è più sopportabile questo clima di violenza. Mettiamoci anche che la Tv non aiuta perché, a scopo di audience e facendo leva sugli aspetti sentimentali, propaga un’immagine falsa e pericolosa, facendo crescere l’attesa di una guarigione che sembra impossibile. E che nella realtà a volte è proprio impossibile”.

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