Caro Battiato, la tua Cura uccide l’amore

Il diario di AnnaIo La Cura di Franco Battiato non la sopporto proprio. È la prova provata che gli uomini di donne non ne capiscono un cappero. La seduzione ha altri codici, altro che correnti gravitazionali e paure delle ipocondrie. E del resto non c’è tanto da meravigliarsi, perché per loro – ci metto anche Manlio Sgalambro, chiamato in correità – le donne sono un oscuro pianeta lontano. La concezione è sempre la stessa, bigotta e intrisa di falsa spiritualità. L’uomo stregone che protegge, ti libera da ogni male e avrà cura di te. Quest’uomo tenetevelo stretto, non ne ho bisogno, grazie. Preferirei fare come Fiorella Mannoia, do it myself, caffè nero bollente tutta la vita.
L’uomo che sogno non è uno scudo ma un compagno di viaggio, non mi precede, sta al mio fianco. È il cavaliere dei miei pensieri e io la principessa dei suoi, quello con cui passeggio ma che non è obbligato a scegliere gli itinerari per avere cura di me. Perché l’amore, caro Battiato, è reciprocità. Il tuo è l’inno alle vedove dei sentimenti, quelle che il marito ce l’hanno ancora ma l’amore sai da quanto tempo è morto?
La Cura è buona per quelle dame di carità che all’amore si accostano piano, come l’ultima palla al boccino, senza passione e con il freno a mano tirato. E si sciolgono davanti a questa preghiera che persino alle messe beat degli anni ’70 sarebbe stata scartata. Basta con questa esaltazione dell’amore cerebrale, quando l’amore con la A maiuscola è ansimare, è sudore, occhi che si cercano, mani intrecciate. È carnalità e sesso, tanto celestiale sesso, il desiderio è romantico, care mie, non i campi del Tennessee (“e chissà come vi ero arrivato, chissà..”) e tutto il vuoto corollario di belle parole che i due, Battiato e Sgalambro hanno concepito a Milo. Fottendosi di ridere, secondo me, perché sapevano di stare per confezionare il pacco del secolo, una canzone d’amore che parla di castità. Io amo i graffi di Aretha, il soul che è musica dell’anima, il rock che mi scuote dentro, gli sguardi raffinati di David e Lou che scrutano le finestre del desiderio.
Onde per cui giuro solennemente che al prossimo che mi dedica La Cura lo mando affanculo in stereodigitalsurround. E non se ne parla più.

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