Il caro bar in aeroporto: il turista è una risorsa, aiutiamolo a casa nostra

Sarà una domanda retorica, ma perché negli aeroporti – ma anche negli autogrill – i bar devono avere prezzi che mediamente raddoppiano il costo rispetto ad un normale esercizio commerciale? Perché un’arancina (che ovviamente è femmina) a Punta Raisi deve costare un euro di più del Bar Massaro che certamente in materia è un’autorità? Perché per un panino con pomodori secchi e formaggio caprino, peraltro tra i pochi alimenti vegetariani, bisogna sborsare oltre 4 euro? Ed è così a Palermo come a Milano, a Roma come a Verona, senza distinzione di latitudine e di gestione.

È la legge di mercato, si dirà. Un mercato, in realtà, un po’ falsato perché per lo più non c’è concorrenza. E la clientela è sicura, bisogna soltanto valutarne la quantità.

L’aeroporto, come ben ci hanno insegnato, è il biglietto da visita di una città: che parti o che arrivi poco importa. È la prima impronta e anche l’ultima sensazione del vissuto appena trascorso, quella che ti resta dentro e che è determinante nella lenta propagazione dell’immagine di una città. È l’advisor più efficace perché testimonianza diretta.

Se gli esercizi commerciali, su cui grava l’affitto degli spazi e il costo del personale che deve coprire quasi tutte le 24 ore, sono costretti a forzare la tabella dei prezzi è giusto che la Gesap si ponga il problema rivedendo la politica sulle concessioni. Ma è opportuno che attivi i radar in ogni caso, vigilando su un fattore che incide sull’immagine dell’aeroporto e della città. Come la pulizia, le scale mobili funzionanti, il bancomat e ogni altro servizio che può essere riconducibile alla cosiddetta cultura dell’accoglienza. Perché un turista che arriva non è un cliente, ma un residente temporaneo. Rappresenta una risorsa e dobbiamo aiutarlo a casa nostra.

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