Quei tempi supplementari negati a Grassi

Questa mattina la parola di moda è tempi supplementari. La necessità di allungare la partita segnala che si è fermi al punto di partenza. I supplementari sono quel tempo in più che la vita ti concede per scrivere compiutamente il tuo destino. Quel tempo che a Libero Grassi è stato rubato. In questi 26 anni tanto si è parlato dell’esempio dell’imprenditore palermitano, del suo no al pizzo, passaggio fondamentale e primordiale ribellione contro l’arroganza della mafia. E della sua solitudine, anzi più corretto forse parlare di isolamento, perché la solitudine puoi anche sceglierla, l’isolamento invece…

Lasciato solo dalle istituzioni e dai suoi stessi colleghi, persino deriso nelle stanze del potere per quel suo istintivo moto di rabbia, “figlio di un’imperdonabile ingenuità”. Così si disse ed è giusto non dimenticarlo mai. L’inizio degli anni ’90 ha segnato uno dei periodi più bui della storia della Sicilia e di Palermo in particolare, noi l’assalto al cuore dello Stato l’abbiamo visto ogni giorno e sotto ogni sua forma.

I tempi supplementari, perché se lo Stato non aveva vinto è vero anche che non perse mai del tutto la sua partita.  Sono stati giocati ma con Libero in tribuna, a guardare dall’alto e a benedire la forza interiore della moglie Pina e dei figli Davide e Alice, la rinnovata energia delle Istituzioni nel combattere la sopraffazione criminale, l’impegno quotidiano che cominciava a sostituire quel girare le spalle tipico della borghesia palermitana nella quale allignava la più insidiosa delle contaminazioni affaristico mafiose.

Il lascito di Libero ha la forma della dignità. Parola che troppo spesso, dalle nostre parti, continua a essere fuori moda. E anche per questo è opportuna segnarla in giallo con l’evidenziatore.

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