Ho un brutto pensiero: che la Sicilia sia geneticamente cuffariana?

In Sicilia i termini centro-destra e centro-sinistra, o destra, centro e sinistra, hanno ancora un senso? Noi continuiamo a sentirli e a usarli quando in realtà si sono smarriti valori e fedi, quando non esiste più nei piani alti della politica un orientamento, la presenza di visioni diverse della vita e del mondo. Tutto è uguale, al di là di bandiere e distintivi, se utile a raggiungere il potere.

La politica in tal modo si riduce a mercato, a un’asta aperta al migliore offerente travolgendo pure i meglio intenzionati in una perversa corsa a vincere a qualunque costo. Anche i 5 Stelle, tra l’altro divisi al loro interno, sembrano scivolare sulla deriva dell’assenza di un’idea di Sicilia che vada oltre gli slogan di pancia, mentre la sinistra a sinistra del PD è troppo frantumata per costituire un punto di riferimento “ideologico”. Per ora si fa a gara nel dipingere Angelino Alfano quale icona di una concezione contrattualistica della politica. Cauto nel prendere posizione, concentrato a trattare con Berlusconi e Renzi, con Gianfranco Miccichè e i notabili del PD siciliano e romano per capire con chi gli conviene concludere il patto, quale accordo preferire misurando le percentuali di sopravvivenza per se stesso e i suoi uomini. Pare, adesso, che il privilegio di ottenere il suo “sì”, appoggiando la candidatura di Fabrizio Micari, lo abbia conquistato il PD in cambio di seggi sicuri alle politiche del 2018. Ma Alfano non è un marziano, è parte di un sistema con moltissimi attori, formalmente situati su fronti opposti, che recitano il medesimo copione.

Lo stesso Roberto Lagalla ha posto la sua candidatura al centro della piazza, pronto ad abbracciare qualunque coalizione decidesse di sostenerlo. Qualcuno che balbetti qualcosa di destra o di sinistra sul drammatico problema dei rifiuti pronto a esplodere, dell’acqua che manca, sull’emigrazione crescente di migliaia di giovani senza lavoro, niente di niente. Un cenno su trasporti e infrastrutture – in una regione in cui vaghiamo ore e ore per raggiungere località distanti un centinaio di chilometri in un inferno di autostrade interrotte, strade disastrate, con collegamenti aerei costosi e ferroviari da Far West – silenzio assordante. Si evocano unicamente, magari straparlando di autonomia tradita, programmi per titoli privi di una netta caratterizzazione ideale, di un contesto progettuale che scaldi i cuori dei siciliani, in un verso o nell’altro. 

In verità, c’è sempre il buon Totò Cuffaro a ricordarci periodicamente che i siciliani sono moderati per natura, forse intende: geneticamente cuffariani. Che abbia ragione? Il “modello Palermo” invocato da Leoluca Orlando, una novità rispetto alle paludose trattative tra partiti e partitini dimostratasi vincente, si è rivelato un espediente elettorale subito morto appena si è insediato il Consiglio comunale a Sala delle Lapidi, ognuno è tornato precipitosamente ai partiti d’appartenenza e oggi potrebbe definitivamente naufragare in un mare di incomprensibili veti contrapposti. Solo un’orgia di sigle interscambiabili e sovrapponibili, di formule per mischiare l’assolutamente – fino a ieri – incompatibile, di conciliaboli sterili, lontani dal “puzzo” delle emergenze infinite di questa martoriata terra. Si contratta e basta, molti scontri sono tattici e i contrasti improvvisamente spariranno al momento di comporre le liste. Già, le soglie di sbarramento fiaccano parecchio anche gli spiriti più rivoluzionari portandoli a dare una sbirciatina in direzione dell’Assemblea Regionale Siciliana, di Montecitorio, di Palazzo Madama.

Vedremo, per esempio, se i nemici giurati a sinistra dell’accordo Pd/Alfano terranno duro con un percorso e una candidatura autonoma, Ottavio Navarra o altri. Rosario Crocetta, intanto, a proposito di trattative, continua ad agitare lo spauracchio di una sua ricandidatura. A questo punto è lecito affermare che i partiti si confermano senza identità, luoghi chiusi senza anima, in cui una classe politica che ha fallito tenta disperatamente di restare asserragliata nei palazzi del potere e in cui si consumano battaglie personali e tra fazioni. E vogliamo così convincere i due milioni e mezzo di astensionisti siciliani ad andare a votare? Vogliamo così restituire ai cittadini passione civile e voglia di partecipare? Sarebbe come invitare a prendere la tintarella sotto il cielo grigio di Londra, non ci crede nessuno.

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