Il genio di Rivera: la staffetta, Mondo X e lo schiaffo di Berlusconi

Io nascevo e lui debuttava in serie A. Il 1959 un anno indimenticabile per entrambi anche se le nostre vite poi hanno scelto percorsi che più diversi non era lecito immaginare. Io interista sin dai primissimi anni ’60, quelli del mago Herrera e di Mazzola, Suarez e Corso, ammaliato come tutti i bambini dalle squadre che vincevano di più; lui, Gianni Rivera, oggi splendido 74enne, a incantare l’Italia e il mondo con la maglia del Milan, prototipo di quel calciatore che usava la testa più che la forza delle gambe e con i piedi tratteggiava linee misteriose che si capivano soltanto quando il disegno era già compiuto. Fu l’ultimo che sconfisse l’integralismo della scuola olandese: era il 1969, anche in Europa epoca del peace&love, la rivoluzione orange del calcio totale era alle porte. Rivera la respinse giocando nella finale di Coppa dei Campioni una delle più spettacolari partite della sua lunga carriera durata 20 anni: gol, assist, giochi di prestigio davanti a quell’Ajax che avrebbe segnato la storia del calcio degli anni a venire ma che quella volta dovette inginocchiarsi davanti al genio italico. Una vittoria che gli valse anche il Pallone D’oro, primo italiano (escluso l’oriundo Sivori) ad aggiudicarsi il simbolo del migliore calciatore europeo.
Rivera, del resto, fu primo in tante cose. Aveva 15 anni quando debuttò in serie A, l’Alessandria dovette chiedere una deroga speciale per farlo giocare (allora bisognava averne almeno 16); fu il primo centrocampista, nel dopoguerra, a vincere la classifica dei cannonieri (prima di lui solo Valentino Mazzola e successivamente Michel Platini); record di assistman per 3 stagioni consecutive (1968, 1969, 1970). Fu anche il primo a comprarsi la società perché in dissenso con il suo presidente, questo per fare capire quale tipo di ascendente aveva nella alta borghesia milanese. Eppure non fu amato da tutti. La critica italiana fu più incline alla stroncatura. Gianni Brera, a cui piaceva un calcio più rigidamente ancorato agli schemi lo sbeffeggiò a più riprese chiamandolo “abatino” per quella sua vocazione poco agonistica. Ma fu con il direttore della Gazzetta dello Sport, Gualtiero Zanetti, che Rivera ebbe lo scontro più aspro.

Sandro Mazzola e Gianni Rivera con la maglia della nazionale italiana ai mondiali di Città del Messico
Sandro Mazzola e Gianni Rivera con la maglia della nazionale italiana ai mondiali di Città del Messico

Alla vigilia dei campionati del mondo del Messico, il capitano del Milan disse che la formazione della Nazionale era fatta da una “cupola di giornalisti guidata dal Federale (usò proprio il termine del regime fascista, ndr) Zanetti che non gradiva il mio dissenso e me l’ha fatta pagare”.
Vero o no, Rivera, suo malgrado, divenne a Città del Messico il protagonista della cosiddetta staffetta con Sandro Mazzola, l’altro autentico fuoriclasse, assieme a Gigi Riva, di quella squadra. Qualsiasi allenatore al mondo avrebbe inventato una soluzione per farli giocare assieme, Rivera e Mazzola diventarono invece alternativi. Il coraggio non è mai stato caratteristica di chi siede sulla panchina azzurra. E così giocarono un tempo per uno, tranne che in finale dove Rivera dovette subire l’umiliazione di entrare negli ultimi 6 minuti a partita già compromessa.
La diplomazia non fu mai il suo forte, Rivera se parlava non le mandava a dire. A Concetto e Rosario Lo Bello, padre e figlio, arbitri con cui ebbe qualche dissidio (per usare un eufemismo…) lanciò un provocatorio anatema: “Speriamo che la loro dinastia sia assicurata solo da figlie femmine…”, così da interrompere quella per lui sciagurata catena arbitrale.
Anche fuori del campo fu antesignano di quella popolarità di cui godono adesso i calciatori. Un personaggio pop, se vogliamo. Amò Elisabetta Viviani, una soubrette che potremmo definire la Lorella Cuccarini degli anni ’70. Da lei ebbe una figlia, Nicole, ma non la sposò, si disse su consiglio del suo molto ascoltato precettore dell’epoca che era padre Eligio (di cognome Gelmini, fratello di Pierino, altro frate noto alla cronaca negli anni successivi), animatore della comunità Mondo X, “un’utopia nata tra le ciminiere della Milano nel 1960”.
Chiuso il capitolo calcio, Rivera abbracciò un’altra passione: la politica. Deputato per 4 legislature, con una certa propensione a muoversi tra i partiti con quella velocità che non gli era congeniale in campo: prima nella Dc e poi in rapida sequenza con Segni, Rinnovamento Italiano, I Democratici, La Margherita, Rosa per L’Italia, Centro Democratico. Ovviamente, sempre contro Silvio Berlusconi, il presidente che gli tolse dal braccio quella simbolica fascia da capitano che Rivera portava anche quando sedeva dietro la scrivania che poi fu di Adriano Galliani. Uno schiaffo a cui il cattolicissimo Rivera non porse mai l’altra guancia.
Anche fuori del campo.


Timeline del 18 agosto – Accadde oggi, a cura di Filippo Barbaro

1807 – Viene inaugurata l’Arena Civica di Milano
1868 – L’astronomo francese Pierre Jules César Janssen scopre l’elio
1903 – L’ingegnere tedesco Karl Jatho costruisce il primo modello di aeroplano a motore quattro mesi prima dei fratelli Wright
1975 – Ritrovata in una zona centrale della Cina una mummia di oltre 2.000 anni

I NATI OGGI

1446 – Pier Capponi, condottiero e politico
1750 – Antonio Salieri, compositore
1877 – Vanni Pucci, scrittore, poeta e illustratore
1901 – Jean Guitton, filosofo e scrittore francese
1912 – Elsa Morante, scrittrice, saggista e poetessa
1933 – Roman Polański, regista e sceneggiatore polacco
1936 – Robert Redford, attore e regista statunitense
1943 – Gianni Rivera, politico e ex calciatore
1952 – Patrick Swayze, attore, cantante e ballerino statunitense
1953 – Sergio Castellitto, attore, regista e sceneggiatore
1954 – Umberto Guidoni, astronauta, astrofisico e scrittore
1957 – Carole Bouquet, attrice e ex modella francese
1968 – Daniele Silvestri, cantautore
1973 – Geppi Cucciari, comica, conduttrice televisiva e attrice

 

 

 

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