Crocetta, Pd, Forza Italia, Alfano: una partita già vista

Rosario Crocetta è davvero convinto di avere operato bene. Infatti si ricandida o almeno così fa credere, potrebbe essere – è una mera ipotesi –  un trucco vecchio come il cucco per alzare la posta in cambio del suo defilarsi. Ha usato espressioni per auto sponsorizzarsi che sono apparse quasi uno scherzo della calura estiva  – del tipo, “ho salvato la Sicilia” – in realtà sta giocando una partita con sottile furbizia, certamente utile a lui non credo alla Sicilia. Per carità, sarebbe sommamente disonesto scaricare a Saro da Gela tutte le responsabilità della gestione disastrosa del potere regionale. C’è un intero universo – politico innanzitutto, ma anche della cosiddetta “società civile” – che ha preferito chiudere gli occhi, per sfrontate  convenienze, dinanzi a una rivoluzione annunciata e poi rivelatasi governo e amministrazione inadeguati, una sedicente rivoluzione sostituita dal mantenimento scientifico di vecchi riti e di logore operazioni di trasformismo (per la verità ampiamente benedette da Renzi, un altro finto cieco), con i soliti personaggi del sottogoverno regionale inamovibili qualunque sia il colore della bandiera sventolante su Palazzo d’Orleans, da Totò Cuffaro ai giorni nostri passando da Raffaele Lombardo. Pezzi dell’alta e media burocrazia regionale, dell’economia e dell’impresa, della cultura e delle professioni, pronti a vendersi – pardon, a proporsi –  al migliore offerente sotto l’ipocrita definizione di “tecnici”. Occorre dire che in questi anni Crocetta un assessorato, un incarico non lo ha negato a nessuno che gli interessasse (di assessori ne ha nominati una cinquantina, oltre a una marea di commissari, consulenti, consiglieri e presidenti di consigli di amministrazione, etc.) attingendo dagli ambienti delle università, dello spettacolo, di Confindustria, della magistratura, riuscendo financo a convincere familiari di vittime della mafia, vedi Lucia Borsellino poi in fuga con una dura lettera di dimissioni, emulando Lombardo che aveva arruolato Caterina Chinnici. Il copione non cambia mai, del resto a scriverlo e a interpretarlo sono i soliti attori. I nomi sono lì, basta leggerli sui giornali; non li elenco per pudore e per non dimenticarne qualcuno. A parte gli inesperti grillini, e non nel senso necessariamente positivo del termine, sono tutti lì, del Pd dalle mille fazioni, di certa sinistra amica/nemica del Pd (fino alla compilazione delle liste, momento in cui improvvisamente vanno d’amore e d’accordo), del Centro perennemente a fare l’occhiolino a destra e a sinistra, di Forza Italia e suoi cangianti alleati, lì a organizzare conciliaboli unicamente per garantirsi la elezione o rielezione nel “gotha” del privilegio, l’Assemblea Regionale Siciliana, e l’occupazione delle poltrone che contano. Addirittura, l’apoteosi della sfacciataggine, alcuni dei protagonisti, Angelino Alfano e compagni, qui la citazione esplicita è strameritata, parlano contemporaneamente con il Pd e con Forza Italia, con la naturalezza disarmante di chi va a letto con due amanti, una al mattino e l’altra alla sera. A fronte di tale quadro – provate voi lettori a qualificarlo perché io non ci riesco – rimane da capire cosa succederà il prossimo 5 novembre, quando andremo a votare per le regionali. I noti personaggi di cui sopra adusi, fatte salve alcune eccezioni, a maneggiare il potere per interessi di parte e non collettivi, complice il forte astensionismo hanno buone probabilità di essere rieletti sulla base di un consenso lontano mille miglia da valori e ideali, consolidato piuttosto con le “cortesie” personali, di gruppo, di categoria e di lobby. Il voto libero purtroppo è minoritario e si concentra, soprattutto, paradosso del paradosso, tra coloro che rimangono a casa invece di recarsi ai seggi, con il rischio di diventare in buona fede complici dei politicanti e della cattiva politica. Rischio che io, personalmente, mi preoccuperei di non correre.

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