Tanti auguri Montesano: i dribbling, Zico e la leggenda del “Bugia”

Giampaolo Montesano con la maglia del Palermo calcio

Anche le cicogne a volte sbagliano e quella che ha portato il suo involucro a casa Montesano, se non il giorno e il mese, ha sicuramente sbagliato l’anno. Se il pennuto avesse avuto meno fretta e avesse differito la missione di una trentina d’anni, il mondo del calcio avrebbe sentitamente ringraziato. Perché il piccolo Giampaolo quel talento innato che si è portato dietro sin dalla più tenera età (calcistica, s’intende) avrebbe potuto spenderlo meglio.

Oggi Giampaolo Montesano centra l’ultima casella della decina del 5 e si avvia a all’età che per i nostri padri era quella della pensione. Per chi l’ha visto arare la fascia laterale a forza di scatti, arresti e sterzate, viene difficile immaginarlo in altra postura che non sia quella leggermente ingobbita che lo obbligava ad avere un limitato orizzonte visivo. Forse per questo non riusciva a vedere per tempo il compagno smarcato, forse per questo se i dribbling non erano 3 era inutile sperare che il pallone cambiasse meridiano.

La leggenda narra che lo chiamavano “Bugia”. E dietro c’è una storia che la dice lunga sui vezzi del calcio anni ’80. Gli ingaggi si discutevano per lo più in ritiro, secondo un calendario ben chiaro. Nella stanza d’albergo adibita a segreteria, davanti al vice presidente Salvatore Matta, al segretario Silvio Palazzotto e al direttore sportivo Erminio Favalli, prima era il turno dei giocatori più anziani e quelli più qualificati. A loro era destinato la quota maggiore del budget, quel che restava era destinato agli ingaggi dei più giovani.

La strategia era semplice, far firmare i più carismatici per allentare le difese degli altri e limitarne le pretese. Ogni anno la stessa storia, non esistevano, almeno in apparenza, contratti pluriennali. Le cifre erano meno pubbliche di adesso e non so chi – sospetto uno tra Ammoniaci e Silipo – disse a Montesano di avere ottenuto un contratto triplo rispetto al reale. Montesano aveva firmato per 21 milioni (premi a parte), per non essere da meno disse di avere avuto il doppio. Una battuta che costrinse Favalli ad intervenire: se il metro di paragone fossero stati i 40 milioni di Montesano, sarebbe saltato il banco. E c’era ancora mezza squadra da far firmare. “Non credete mai a quello che dice, lui è il signor bugia…”. Nacque così l’inciuria, come si dice dalle nostri parti, che si portò dietro per tutti gli anni di Palermo.

Però stiamo partendo male, parlare dei difetti proprio nel giorno del suo compleanno… Riavvolgiamo il nastro e sottolineiamo allora il talento di questo giovane che appena ventunenne, proveniente da Varese, fece innamorare pubblico e critica nonostante avesse un limite non da poco per un attaccante, quello di non segnare quasi mai. Fascetti che lo allenò in Lombardia, uno che il talento lo riconosceva a fiuto (ricordiamoci di Cassano) ma che non fu mai particolarmente indulgente verso il disordine tattico, non sapeva dove farlo giocare. Spesso lo lasciava in panchina, eppure arrivo al limite della rottura con i suoi dirigenti quando seppe che stavano per cederlo. Galeotta fu una partita alla Favorita, Montesano ne gioco poco meno della metà, il tempo necessario per fare ammonire trequarti della difesa del Palermo. Erminio Favalli si appuntò il nome e a giugno del 1979, dopo la delusione della finale di Coppa Italia persa contro la Juventus, si presentò a Varese con una manciata di spiccioli a prelevare quel giovane che nelle gerarchie di uno dei vivai più floridi d’Italia non era neanche nella top five. Peraltro il Varese quell’anno retrocesse in C e aveva bisogno di fare cassa e rimodulare la squadra.

Montesano arrivò in un Palermo che qualche giovane interessante aveva saputo portarlo a casa pescando anche nei settori giovanili della grandi: dalla Lazio prese Massimo De Stefanis, dal Torino prelevò Riccardo Maritozzi, dal Bologna ricevette in prestito Alberto Bergossi e con la stessa formula la Juve trasferì in Sicilia Giampiero Gasperini. L’intento era di fondere la freschezza e l’entusiasmo di questi giovani con l’esperienza dei più esperti Silipo, Magherini, Brignani, Arcoleo, Ammoniaci, ma non di affidare loro il peso e la responsabilità di una squadra che, come ogni anno, si diceva essere in lizza per la promozione. In panchina c’era Cadè, un vero galantuomo, certamente l’uomo sbagliato al posto sbagliato. Il Palermo partì a razzo, poi s’impantanò. Montenegro che era il centravanti titolare stette 7 mesi infortunato, Conte e Bergossi assieme fecero meno gol di Montesano che alla fine ne realizzò 5. Pensate che il capocannoniere fu Fausto Silipo, il pilastro centrale della difesa che si lasciò alle spalle anche Guido Magherini. Per la consacrazione si dovette attendere l’anno successivo, nella stagione forse meno propizia perché arrivò la penalizzazione per il calcio scommesse e recuperare 5 punti con la vecchia regola della vittoria che ne valeva due non era per nulla facile. Accanto si ritrovò un bomber vero, Egidio Calloni. Insieme formarono una delle coppie migliori di quella serie B, non tra le più prolifiche perché di gol ne segnò soltanto 3 contro gli 11 di Calloni. Ma in tutte le azioni offensive del Palermo c’era il suo marchio, nonostante fosse costretto a giocare a sinistra che non era proprio il suo lato preferito. Allora gli schemi non prevedevano tante varianti, sulla corsia destra correva il tornante, sul lato opposto la seconda punta.

In realtà Montesano dell’attaccante tradizionale aveva ben poco, era fuori dai canoni del tempo, scatto fulminante, resistenza infinita, ma in una partita si contavano le volte che entrava in area di rigore. I suoi dribbling erano l’arma tattica per stanare il libero e farlo uscire dalle mura difensive, così per tutti gli altri c’era un meno problematico uno contro uno per andare in porta. E infatti con Montesano sia Calloni che successivamente De Rosa sono sempre andati in doppia cifra. Divenne idolo con l’arrivo in panchina di Mimmo Renna che attaccante lo era stato e ad alti livelli e gli insegnò come muoversi anche dando le spalle all’avversario. A memoria non si ricorda un solo terzino che sia riuscito a non fare brutta figura. Lo picchiavano senza tregua e più picchiavano e più venivano irrisi da quelle finte sempre uguali ma straordinariamente efficaci. Una volta Cavasin lo ricoprì d’insulti uscendo dal campo dopo una sostituzione: Montesano lo saltava, si fermava, lo aspettava e lo saltava ancora una volta. Caviglie peste, ma vuoi mettere la soddisfazione…

“Montesano è stato il giocatore più forte che io abbia affrontato e guardi che io Maradona l’ho marcato più di una volta”, disse una volta Pietro Vierchowod e non sembrava esagerare. Wikipedia riporta anche i complimenti di Zico: “Mai visto uno dribblare come lui”. E allora perché non sfondò in serie A, proprio accanto a Zico? Innanzitutto si parla di una squadra che in attacco aveva Carnevale e Selvaggi oltre a Zico. Poi Luis Vinicio, brasiliano di passaporto ma tedesco nell’anima, cominciò a farlo giocare sulla destra con l’idea di farne un tornante, cosa che non era proprio nelle sue corde. E la concorrenza si chiamava Massimo Mauro. A questo si aggiunga che un problema alla schiena gli impedì molti allenamenti e ne limitò l’efficienza fisica. Oggi sarebbe stato curato diversamente e forse accanto a Carnevale avrebbe fatto la sua figura. E poi nei suoi occhi c’era l’amore per il gioco e per il pallone e la panchina, anche dietro a fior di campioni, era solo sofferenza infinita.

Scelse di riunirsi con Gianni De Rosa, il suo gemello di Palermo e di tornare in serie B a Cagliari. Nell’altra isola trovarono solo a sprazzi le giocate della Favorita, come se lontani dall’ombra del Monte Pellegrino la magia, per entrambi fosse finita, l’incantesimo spezzato per sempre.

Io credo a Zico e per questo maledico la cicogna. E poi di nascosto la ringrazio perché comunque, tra una bugia e un’altra, noi a Palermo ci siamo divertiti.

Francesco Benigno

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