De Rosa, il mito e i misteri del numero 9

Gianni De RosaNove anni fa un tragico incidente stradale si portava via Gianni De Rosa. Nove come quel numero magico che portava dietro la schiena. Non ce ne vogliano Toni o Amauri, Dybala o Chimenti, ma stiamo parlando del centravanti più amato degli ultimi 40 anni. Non è stato il più forte e questo la dice lunga sul senso romantico del calcio, pianeta in cui spesso i sentimenti seguono rotte diverse dalla ragione.

Gianni De Rosa conobbe Palermo in modo del tutto casuale. Era il 1981, si avviava la quasi periodica e finta rivoluzione fatta con quello che passava il convento. Il bomber si chiamava Egidio Calloni, 11 gol l’anno precedente, una storica tripletta contro il Milan, una presenza che non ammetteva concorrenza. Dopo la prima partita arrivo una lunga squalifica, poi un infortunio diplomatico che segnò la fine del suo rapporto con il Palermo. Mimmo Renna, il mitico allenatore dell’Ascoli dei record, non lo sopportava proprio. L’unica cosa che chiese ai dirigenti fu di cercargli un altro centravanti. Ed Erminio Favalli, ds dell’epoca, uno che di calcio ne capiva assai, imbastì il suo ennesimo azzardo: via Calloni in direzione Como, in cambiò si fece dare Gianni De Rosa che d’ingaggio costava molto meno. L’unica controindicazione era che de Rosa gol non ne aveva mai fatti molti. Ecco perché si parla di azzardo.

Bisognò attendere la riapertura del mercato autunnale per vedere con la maglia rosanero questo giovanotto dall’aspetto di un rocker anni ’70, capelli fluenti, andatura elegante, una vita controcorrente. Alla prima intervista ufficiale – allora non esistevano uffici stampa e te le dovevi conquistare letteralmente sul campo – dopo 10 minuti non ne poteva più. “Tanto poi scrivete quello che volete…”. Scrissi anche questo, apprezzò e abbassò le difese. Debuttò a Palermo alla decima giornata, il 15 novembre del 1981: il Palermo aveva appena 7 punti, si giocava contro il Rimini. Il Corriere dello Sport mandò come inviato Alberto Marchesi, una delle prime firme del giornale, perché era chiaro che se il Palermo non avesse vinto Renna sarebbe stato licenziato. Finì 4-1, De Rosa segno la sua prima doppietta in serie B. Due gol sotto la curva nord, una prova tecnica di delirio. Nelle prime 14 partite realizzo 14 gol, era l’attaccante italiano con la migliore media gol.

Da Palermo fu subito adottato nonostante un carattere abbastanza schivo che lo teneva lontano da quell’ambiente che in palermitano si definisce tascio che già da allora circondava il mondo del calcio, persino a Palermo. Non era un tipo da discoteca, era tutto casa e campo, al limite qualche cena con i compagni più affini che si chiamavano Lopez, Silipo, De Stefanis e Piagnerelli. A questa corte a volte si aggiungeva Gasperini la cui riservatezza nordica era assai apprezzata da questo pugliese di Cerignola cresciuto però in Lombardia. Rispettava i tifosi ma non si fece mai risucchiare dal clima dei primi club organizzati. Aveva un rapporto particolare solo con due tifosi, due anime buone reduci dallo psichiatrico a cui dava la paghetta ogni settimana e che scendevano dall’estrema periferia per vederlo in allenamento. Erano i soldi necessari per comprare i biglietti del parterre e godere del rito della partita, ghiacciolo all’arancia compreso.

Quell’anno alla fine di gol ne fece 19, vinse la classifica dei cannonieri nonostante una leggera flessione finale causata anche da un principio di pubalgia. Del resto, a quei livelli, non aveva mai giocato così tante partite. Diventammo amici in modo naturale, avevo persino licenza di scrivere interviste senza neanche parlargli, privilegio di cui non ebbi motivo di usufruire che una sola volta. La sua prima casa a Mondello non aveva telefono, la mia abbastanza vicina invece sì. Era un buon motivo per passare qualche ora insieme dopo la sua telefonata serale. Per me Manuela, la sua compagna di vita, era solo un nome, la destinataria di quella telefonata, solo mesi dopo prese le sembianze di una persona.

Del resto della sua vita privata si sapeva poco e questo nell’ambiente non era giudicato un buon segno. Mi raccontò tutto alla vigilia della partita con il Verona, allora capolista. Era turbato e ne aveva tutti i motivi. Fu uno sfogo di 15 minuti al massimo, tutto d’un fiato, senza interruzioni. Una specie di record per un uomo abituato a condensare un pensiero in 10 parole. Lo ascoltai in silenzio, in silenzio si alzò dalla poltrona del Palace Hotel e se ne torno in camera. Il giorno dopo segnò il gol forse più bello della sua carriera, un destro al volo dal limite dell’area, un punto dove non avrebbe nemmeno dovuto trovarsi. Venne giù lo stadio. Un boato del genere l’abbiamo sentito solo il giorno del ritorno in serie A, quando Corini varcò la soglia degli spogliatoi e guidò l’ultimo riscaldamento prima del trionfo.

Nell’estate del 1982, proprio perché era notoria la mia vicinanza con De Rosa, Erminio Favalli mi chiese la cortesia di ospitare, nello chalet che occupavo durante il ritiro di Barga, proprio il padre di Gianni. Gli alberghi erano al completo e il blitz era già scattato. Non si parlavano da un po’, era tempo di sciogliere questo nodo. Ebbi modo di conoscere un signore garbato e pronto alle scuse pur di riabbracciare suo figlio. La missione andò a buon fine, la strizzata d’occhio del bomber resta il più significativo segno di ringraziamento mai ricevuto. L’anno dopo i gol furono di meno, ma arrivò lo stesso in doppia cifra. Quel Palermo dalla cintola in su era portentoso, ma soffriva in fase passiva. Renna a metà stagione fu sostituito dal mitico colonnello Del Noce, che durò il breve spazio di 5 partite prima di cedergli nuovamente il posto. Una di queste fu il derby a Catania, un suicidio tattico: De Rosa per contrastare Mosti, un difensore con propensione offensive, obbedendo al mister giocò praticamente da terzino. Del Noce, che aveva già fatto fuori Lopez, non ebbe altra occasione. Con la chiarezza di sempre, De Rosa, che giocava quasi sempre grazie a infiltrazioni, gli comunico che il suo mestiere era fare gol e che se non era di suo gradimento non si sarebbe più mosso dalla panchina.

Il successivo trasferimento al Napoli, a fine campionato, portò al Palermo un mucchio di milioni. In serie A non fece male ma neanche benissimo, gli mancavano i cross e i movimenti di Montesano che sarebbe tornato suo gemello nelle stagioni di Cagliari. A Palermo chiamarono Hubert Pircher a profanare la sua maglia. E la serie C non fu un caso.

Di De Rosa è la prima volta che parlo e fra i tanti segreti che condividiamo mi permetto di rivelarne uno. Mi insegnò come fare gol dalla bandierina del calcio d’angolo: basta posizionare la palla all’esterno del semicerchio. “Se calci forte sul primo palo, fai sempre gol”. Risposi: “Ma l’arbitro non lo consente…”. “E che ti frega, tanto mica giochi sul serio. Ti serve per fare il figo”. La più adorabile presa per i fondelli che oggi è utile per tenere lontana la malinconia.

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