Lettera aperta a Michele Perriera

Michele PerrieraCiao Michele, mi manchi molto ogni giorno, dall’11 settembre 2010, quando ci hai lasciati tutti, in questa valle di lacrime.
Mi manchi ancora di più oggi che avresti compiuto ottant’anni e per me saresti ancora e sempre un fratello. E anche di più: un amico prezioso. Insostituibile. Una pietra di paragone. Un punto di riferimento.
E chiudo qui con i convenevoli d’obbligo, quelli che si devono comunque ad un artista del tuo livello che, fra l’altro, era anche mio cugino (tua Madre, sorella di mio Padre).
Michele, facciamo un gioco, uno di quelli che a te piacevano un sacco.

Facciamo finta di essere ancora quei due ragazzi, venuti fuori dalla guerra appena finita, con poco e niente davanti agli occhi e, proprio per questo, con la testa e il cuore pieni di desideri e di fantasia.

1955 o giù di lì: Mia Madre era morta da poco e io ero rimasto solo in casa con il Babbo. D’estate, Lui andava in giro per la Sicilia con l’orchestra del Massimo e mi lasciava “in custodia” (le virgolette sono d’obbligo, perché ero un ragazzaccio) a casa della nonna Fanuccia, in via Monte Pellegrino, 103, dove vivevi tu con la tua Mamma.

C’erano quasi quattro anni di differenza tra noi ma non incidevano perché quelli erano tempi in cui si restava innocenti e bambini molto più a lungo dei giorni d’oggi.

Tu fingevi di essere ribaldo come me ma eri buono e paziente e sapevi sempre come mettermi a mio agio. E lo facevi da artista, qual eri già. Eri sempre tu che ti inventavi i giochi, me li spiegavi e poi – cosa meravigliosa che mi è rimasta nel cuore come una gemma preziosa – mi lasciavi vincere, perché io ero un tipaccio e se perdevo facevo un casino insopportabile. Piangevo (e starnazzavo come una gallina) lamentando irregolarità e malesseri vari finché tu, rassegnato, non dichiaravi: “Va bene, hai vinto tu!”.

Di solito giocavamo a palla nel piccolo solaio di casa, un bugigattolo tre per cinque, nel quale nonna e zia tenevano solo cianfrusaglie. La porta era lo spazio tra due sedie sgangherate, la palla era di gomma e l’arbitro … ero io. Nel senso che, ad ogni disputa, tu me la davi vinta e se era punizione diventava pure rigore. E quando ci stancavamo di giocare a palla, disegnavi col gesso il… Giro d’Italia sul pavimento e tu eri Bartali e io Coppi. E per quanto tu fossi più abile a spingere con indice e pollice i tappi delle bottiglie, alla fine vinceva sempre Coppi, cioè io.

Oh, come ti volevo bene, cugino mio!

Ma continuiamo a giocare… ora siamo grandi, abbiamo famiglia, tu sei un drammaturgo già affermato, io un avvocaticchio per necessità e un giornalista per vocazione. E tu, l’una e l’altra mia attività, le conoscevi bene, apprezzandomi, però, soprattutto come giornalista. Tanto che una mattina mi telefonasti dal giornale “L’Ora“: “Benvenuto devi venire subito qui, al giornale – mi dicesti – c’è una bella novità per te!”. Mi precipitai e, una volta, giunto al giornale chiesi di te e mi dissero che mi stavi aspettando nella redazione sportiva. “Vi presento Benvenuto Caminiti – dicesti a tutta la redazione riunita (Sconzo, Gullo, Siragusa, Bonvissuto, Pietrosanti) – sa tutto del Palermo e scrive benissimo: vogliamo farla resuscitare questa pagina dello sport che sta esalando l’ultimo respiro, oppure no?”. Rimasi senza fiato. A bocca spalancata tutti i redattori presenti. E, come se nulla fosse: “Garantisco io per lui – aggiungesti – quindi dategli carta bianca…”. Detto questo, sventolasti un braccio in segno di saluto e via, ai piani alti del giornale, dove dirigevi la pagina culturale. Cominciò da quel giorno la mia collaborazione a L’Ora e finì quando finì di esistere il giornale.

Come potrei dimenticare, amico mio? Hai dato una svolta alla mia vita e non mi hai mai chiesto nulla in cambio perché ti veniva naturale far del bene, soprattutto alle persone talentuose. Avevi un fiuto speciale per scovarle “runnegghè”, come hai dimostrato nei trent’anni e passa di Scuola di Teatro “Teatès”, con tanti attori da te scovati, che, come me grati, non ti dimenticheranno mai.

Ma proseguiamo in questo gioco dei ricordi e giungiamo agli anni recenti nei quali abitavi prima in Via Giovanni Bonanno e poi in Via Tasso. Io ero tra i pochi che potevano farti visita senza preavviso: arrivavo, di mattina, di pomeriggio, di sera, bussavo, qualcuno chiedeva “Chi è?” e, alla mi risposta, sentivo da giù la tua voce. “Fallo salire”!”. E io salivo a piedi, senza aspettare neanche l’ascensore. E stavamo ore insieme. E io, che di solito parlo, parlo e ancora parlo, con te io ascoltavo, perché fesso non sono e, ascoltandoti imparavo e soprattutto, mi divertivo da morire. Perché gli altri non lo sanno, che attore fantastico eri; che imitatore esilarante; che improvvisatore geniale. I tuoi professori del Liceo Vittorio Emanuele li conoscevo tutti, come fossero stati i miei: come parlavano, i tic che avevano, a chi somigliavano. Uno spasso da cabaret, ma di quelli di classe. E il bello era che anch’io ti facevo ridere, anzi sbellicare, specialmente nelle mie espressioni in gergo, e in quelle scurrili ancora di più. Insomma, insieme, in quel tuo studio imponente, col tavolo grande sommerso di carte, libri e giornali, abbiamo passato delle ore fantastiche, che rimpiango e rimpiangerò per sempre perché fermavamo il tempo. Anzi, di più: lo costringevamo a piegarsi ai nostri voleri. E perfino ai nostri capricci, se è vero, com’è vero, che tornavamo bambini e lui, il tempo, ci restava con un palmo di naso.

Michele Perriera
Michele Perriera con i suoi allievi della Scuola di Teatro “Teatès”

E, per finire questo tenero, dolce amarcord, un ultimo aneddoto: teatro, si rappresenta il Kean, tua regia, protagonista Lollo Franco.”Benvenuto, devi venire, ci tengo!”.
Atto primo, che ho seguito con spasmodica attenzione. Ti vedo che ti avvicini con espressione compunta: “Che te n’è parso?”. E io, ridacchiando: “Miche’, t’offienni si ti ricu ca unni capivu nienti?”. Mi basta solo socchiudere gli occhi e la tua fragorosa risata mi rimbomba ancora nelle orecchie. Anche perché, subito dopo, abbracciandomi, mi hai detto: “Ti ho osservato durante il primo atto… È un mio vezzo per vedere se il pubblico segue o meno e ho visto che tu non ha perso una battuta. Il teatro è arte e l’arte non ha bisogno di spiegazioni. L’arte deve toccare certi nervi, deve emozionare, commuovere…”.

Ciao Michele, amico mio del cuore, non finirò mai di ringraziarti per le belle cose che mi hai insegnato, la prima fra tutte, quella di non fermarmi mai e cercare sempre di far meglio oggi quello che facevo già bene ieri.


Michele Perriera (Palermo, 1º agosto 1937 – Palermo, 11 settembre 2010) è stato uno scrittore e regista italiano, tra i fondatori del Gruppo ’63.

BIOGRAFIA DI MICHELE PERRIERAScrittore. Drammaturgo. «La banalità ci sovrasta ovunque e gli intellettuali, a forza di…

Pubblicato da Rassegna Stampa su Martedì 1 agosto 2017

 

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