Miccoli e Carrozzieri, l’altra faccia del talento

Se incontri un amico perché lo hai programmato è bello, ma se lo incontri per caso lo è molto di più.

E per caso è successo a due ex compagni di squadra che, pur giocando insieme per una sola stagione, si sono voluti molto bene.

Sto parlando, come si evince dalla foto qui sotto, di Moris Carrozzieri e Fabrizio Miccoli, che si sono incontrati lungo una spiaggia del litorale adriatico. Si sono subito abbracciati forte, si son detti qualche parolina all’orecchio, poi, hanno camminato insieme, sempre chiacchierando affabilmente, finché si sono seduti al tavolo di un bar, a due passi dal mare.

Io non c’ero, ma m’immagino la scena, e – potete credermi sulla fiducia – posso riferire parola per parola quello che si sono detti fra un caffè freddo e una granita con panna.

Il più ciarliero era Moris, uno cui davvero non manca mai la battuta giusta. Fabrizio è meno portato alle confidenze ma le poche che fa sono riservate agli amici veri e sono parole pesate una per una.

Mi sono sistemato (sempre nella fantasia) ad un  passo dal loro tavolino, anche perché con l’età ci sento sempre di meno.

M – “Ma tu te l’immagini uno come, – si accalorava Moris – che ha l’argento vivo addosso, costretto a star fermo, senza toccar palla nemmeno per scherzo, per due anni?”.

F – “Sì, che me l’immagino. Anzi, di più: lo so, e le telefonate che ti ho fatto lo dimostrano. Sono stato male per te. Subito, quando è arrivata la notizia, te ne ho dette di tutti i colori. Non riuscivo proprio a capire perché un omone come te, grande e grosso, potesse fare una sciocchezza simile!”.

M – “La mia voglia matta di divertirmi con gli amici!… Si beveva qualche drink di troppo, si scherzava, si parlava di donne… Sai com’è, la testa che se ne va per conto suo, l’amico che ti offre qualcosa, tu non sei lucido e… zac… ci sono cascato!”.

F – “Che peccato! Che danno hai fatto prima a te stesso e poi a tutta la squadra! Eravamo scioccati, qualcuno ha pure parlato troppo e ho rischiato di litigare per difenderti… L’avresti fatto anche, al posto mio…”.

M – “Ci puoi contare! Gli amici si vedono nel momento del bisogno e se c’è un lato positivo di questa brutta faccenda è quello di aver capito chi mi era amico davvero e chi faceva solo finta…”.

F – “Non mi dire niente!… Anche io ho passato brutti momenti… E non sono ancora finiti…”.

M – “Sì la tua è stata pure peggio della mia! Ti hanno preso per mafioso. Quando l’ho sentito mi veniva da ridere, poi ho visto che facevano sul serio e mi sono veramente incazzato: “Fabrizio, un mafioso? Ma non fatemi ridere!”, ho urlato in faccia a un amico che ammiccava, alludeva… Insomma, ci marciava… Nella sua infinita mediocrità di terzino che tu dribblavi quando e come volevi ha avuto il sopravvento l’invidia, scambiata per rivalsa. Mi capisci, è vero?”.

F – “Sì, che ti capisco, Moris e sapessi quanto bene mi ha fatto la tua telefonata… È stata la prima, dopo quella di mia moglie. Come dicevi tu: nelle disgrazie si vede chi ti è amico e chi ti sta vicino solo per grattare… A proposito, chi era quel terzino che mi ha preso per mafioso?”.

A questo punto, Moris, come temesse di essere intercettato, si è avvicinato all’orecchio di Fabrizio e gli ha spifferato quel nome. Che io non ho potuto captare. Peccato, ma… andiamo avanti!

F – “Ah, lui… c’era da aspettarselo, ogni volta che lo lasciavo per terra, me ne gridava di tutti i colori: minacce e non solo, perché, subito dopo, mirava dritto alle mie caviglie, il pallone non gli interessava più… Questa gente rovina il calcio e quel ch’è peggio gli arbitri spesso fingono di non vedere!”.

M – “Guarda che fra la gente che dici tu c’ero anch’io… Anch’io se incontravo uno come te alla fine perdevo le staffe e gliele suonavo di santa ragione. Solo che io non avrei mai pensato, e tanto meno detto, certe cose sul conto di un collega, amico o meno”.

F – “Lo so e ti ringrazio… Ma dimmi, ora che fai? Ho letto che col calcio giocato hai chiuso”.

M – “Sì, l’ora di smettere arriva per tutti e io l’ho fatto in una squadretta di terza categoria del mio paese: il Bellante. Ho fatto solo tre partite, poi ho visto che le gambe non c’erano più …”.

F – “E ora che conti di fare?”.

M- “Provo a fare il direttore sportivo. Ho già cominciato con il Giulianova, la mia squadra. È in serie D ma abbiamo sfiorato i play off. Questa ormai è la mia strada… E tu? Dimmi di te, non devi lasciare il calcio, non ti devi lasciar condizionare… Tu sei Miccoli, uno dei più grandi giocatori che ho incontrato in carriera… Dai, provaci!”.

A questo punto, ho visto il piccoletto alzarsi dalla sedia, sporgersi oltre il tavolino e abbracciare il gigante, sussurrandogli qualcosa ad uno orecchio. Poi ha chiamato il cameriere e ordinato a voce spiegata, come volesse lo sentissero tutti: “Una doppia granita caffè e panna, per me e per l’amico mio!”.

Poi i due, il gigante e il piccoletto, si sono alzati e, continuando a parlare fitto fitto, si sono allontanati.

Io sono rimasto a guardarli e ho pensato: che peccato!… Due giocatori di vaglia, tante belle domeniche a riscuotere applausi, vittorie e sconfitte, com’è nel calcio, com’è nella vita, che hanno sprecato tutto per i rintocchi stonati di una campana assordante. Qual è il richiamo della sirena del Male, quando – come invece fece Ulisse, che si mise la cera alle orecchie –  ti lasci trascinare perché il suo canto è dolce ed estasiante.

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