Palermo Capitale della Cultura e le domande di Roberto Alajmo

La nomina di Palermo quale Capitale della Cultura 2018 è un riconoscimento dovuto alla storia del capoluogo siciliano e al suo patrimonio storico e architettonico. È giusto affermarlo senza sembrare presuntuosi, specie se la città che ha preceduto Palermo è stata Pistoia. Lungi dal campanilismo e non ce ne vogliano in Toscana, ma tra le due città, sotto il profilo più generale di proposta culturale, c’è più di una dimensione di distanza. Detto questo sarà da dimostrare che Palermo sappia cogliere più e meglio di Pistoia l’opportunità che le viene offerta.

Roberto Alajmo
Roberto Alajmo, giornalista Rai Sicilia

Due giorni fa il Corriere della Sera ha pubblicato, a firma di Roberto Alajmo, giornalista di Rai Sicilia, scrittore e direttore del Teatro Biondo di Palermo, un articolo sulla reazione che avrebbe avuto Palermo alla nomina appena sancita dal Consiglio dei Ministri. È giusto ricordare che Roberto Alajmo, a nostro personalissimo parere, è uno dei siciliani più invidiati e non solo tra la borghesia lamentosa di questa città o nei salotti culturali (ammesso che ce ne siano ancora). Parliamo ovviamente della sua vita pubblica. La professione giornalistica gli ha garantito quella sicurezza economica che gli ha consentito di battere strade rischiose ma a lui più congeniali e certamente più stimolanti. La scrittura in prosa ma anche la drammaturgia, il lavoro dietro le quinte nella soap opera Agrodolce e il libretto dell’opera Ellis Island per il Teatro Massimo, sino alla poltrona di direttore del Biondo, pratica nella quale tuttora si cimenta affrontando le difficoltà che arrivano dal rapporto diretto con la politica e dalla crisi economica che riduce lo spazio d’azione del teatro pubblico. Come tutti quelli che provocano invidia, Roberto Alajmo si ritrova sulle spalle, suo malgrado, un bagaglio di buone inimicizie, trasversali e insidiose.
Ed ecco perché, dopo la pubblicazione dell’articolo, sente il bisogno di raccogliere l’umore della tribù che segue con dedizione il suo blog Penultim’ora. “Vorrei chiedervi una piccola interazione – dice-. Pensate che questo pezzo sia sbilanciato? Che rappresenti un modo di schierarsi? E per quale fazione? Vi chiedo di essere sinceri…”.
Cosa ha scritto Alajmo sul Corriere tanto da indurlo a questa chiamata collettiva? Nulla di particolare. Ed è un vero peccato perché dalla sua tastiera era lecito attendersi qualcosa di più originale. Racconta all’Italia di una certa predisposizione di Palermo di dividersi in fazioni. Da un lato la corte di Orlando che inneggia al riconoscimento di Capitale della Cultura, dall’altra i “nemici della contentezza” (una frase di cui francamente non se ne può più) che sottolineano come Palermo sarebbe in realtà capitale della munnizza. Semplificando: Orlando contro l’altro 50% che non lo sopporta più. Correttamente Alajmo sottolinea che comunque si tratta di un’opportunità che andrà riempita di contenuti. E che negli ultimi anni a Palermo si è riscontrato “un fermento culturale in forma magari gassosa e proprio un’occasione del genere può servire a far sedimentare questi fermenti sinora sporadici”. Il resto del testo lo lasciamo alla vostra lettura per tornare alle domande di Alajmo.
Visto che anche noi siamo suoi estimatori, ci consentiamo qualche risposta. No, il pezzo non è sbilanciato, si tratta di una descrizione abbastanza veritiera degli umori di una città oggi più che mai divisa verticalmente. Rappresenta un modo di schierarsi? Inevitabile dire di sì. E crediamo che in fondo questo sia questo il minore dei problemi. Non c’è infrazione etica nell’esprimere il proprio pensiero a favore di una delle parti. La domanda “per quale fazione” è invece insopportabile. Siede sulla poltrona del Teatro Biondo anche in nome e per conto del Comune di Palermo, quando ha giustamente provato a smarcarsi dall’influenza di Orlando sono volati gli stracci (e le dimissioni). Alajmo è uno dei principali protagonisti della politica culturale di Palermo, ha avuto il merito di provare a dare un’altra anima al Biondo, di determinarne una discontinuità gestionale rispetto al passato ma, con tutta la stima, è impossibile considerarlo un’isola isolata dal panorama istituzionale cittadino e regionale. In questo contesto il peccato non è la faziosità, perché a questa fazione, di fatto, appartiene (e non c’è da vergognarsene) quanto la pretesa di una ipotetica equidistanza tra le parti.
Il tema della credibilità – perché a questo si riduce il trittico di domande di Roberto Alajmo – al limite avrebbe dovuto porselo il Corriere della Sera. L’attenuante è: chi se non Alajmo? Quali intellettuali ha prodotto Palermo negli ultimi due decenni? Ci sarebbe Giosuè Calaciura, ma la sua analisi critica (da sinistra…) di un certo tipo di contesto sociale e di idea culturale è ben conosciuta anche a Milano. Forza con i nomi, chi altri? L’unica che ha una dimensione nazionale è Emma Dante, artista residente del Teatro Biondo e quindi nelle stesse condizioni di Alajmo (che almeno è giornalista). Ma il sospetto è che, in fondo, questo era il ritratto che il quotidiano milanese voleva: una prova di bella scrittura, qualche sfumatura critica in un sostanziale quadro celebrativo.
Un’altra opzione era il rifiuto di Alajmo. Non è andata così, inutile pensarci. Si vede che non avrà letto le parole dell’Arcivescovo Corrado Lorefice che, in occasione del Festino, ha invitato a “guardare le cose più dall’alto per evitare di avere esclusivamente una visione orizzontale”. La più laica delle visioni, quel distacco che genera libertà intellettuale assoluta e fa ingoiare pregiudizi e sospetti a chi appartiene all’una o all’altra delle tifoserie. E invece c’è ancora chi ricorda l’endorsement di Alajmo negli ultimi giorni di campagna elettorale, il cui senso era lo stesso: Palermo è messa meglio di prima. Verità ineccepibile. Ma quel contributo – assieme a quello di molti altri testimonial – fu utilizzato dai comunicatori di Orlando a fini di propaganda. Forse allora Alajmo avrebbe dovuto fare qualche domanda, ma a se stesso: ne valeva la pena?

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