Come può uno scoglio… I ricordi che la musica resuscita

Non esiste un acceleratore della nostalgia più struggente della musica. Basta un rif di chitarra per essere risucchiati nel vortice dei ricordi, una strofa, magari anche banale, per tornare sui banchi di scuola, una rullata di batteria per richiuderti di nuovo in quella stanzetta dove hai consumato gli attimi di più profonda malinconia e hai sognato di essere migliore di ciò che sei sempre stato, dove hai pianto, immaginato rivoluzioni e dormito sorvegliato dai poster di Jimi Hendrix e di Shiddarta. E il tuo lui o la tua lei accanto a te. E fuori dalle palle tutto il resto.

La musica non fa prigionieri, ti condanna a riavvolgere il nastro, dolcissimo supplizio di cui non vogliamo mai liberarci perché in fondo chiudere tutto in un baule significherebbe rinunciare ad una parte di noi. Statene sicuri, chi dice di non avere memoria è perché non vuole averla. Diffidate di costoro, dei loro segreti e della loro lucida follia.

La musica non fa prigionieri, è poco selettiva e molto trasversale. Ti piacciono i Led Zeppelin? Stai sicuro che assieme a Starway to heaven avrai Le Luci dell’est di Battisti a ricordarti quanto hai sofferto quando Roberto ti ha mollato o quanto sei stato stupido a lasciare Gloria. E come può uno scoglio arginare il mare te lo chiedi ancora oggi che sono passati più di quarant’anni e il giro armonico di Jim Page lo senti fare a tuo figlio con il basso.

Ciascuno credo abbia la sua playlist del dolore e quella del godimento, quella intimistica e quella del cazzeggio collettivo. E, ne sono convinta, non c’entra la cultura musicale, è spesso il caso che sceglie di accoppiare una canzone ad una persona o una situazione. Recentemente ho contattato un’amica di scuola di cui non avevo più notizie da almeno 4 decenni. Prodigi di facebook. All’istante è venuta fuori If you leave me now dei Chicago, ascoltata per un anno intero, nostro malgrado, dal jukebox del bar di fronte a scuola ad ogni santa ricreazione quotidiana. Un bel lentone di quei tempi, triste quanto basta ma per noi era gioia pura, cantato due ottave sopra, una gara a chi stonava di più. E Carlo Brugnone che s’incazzava perché le 100 lire del jukebox erano le sue.

La canzone del primo bacio? Rocket man di Elton John. Cosa girava sul piatto la prima volta che ho fatto l’amore? Mi piacerebbe rispondere il Bolero di Ravel e invece molto più semplicemente I robot di Alan Parson. E la laurea che si accoppia con Rock the Casbah, prototipo del punk e il più sofferto amore della mia vita che pesca nel passato: San Francisco di Scott McKenzie. Poi ho goduto anche con chi era impermeabile alla musica, un linguaggio emotivo troppo astruso per la sua mente analitica. O forse altro. E di fatto ci manca il legame sonoro come se, in assenza di condivisione, musica e pathos non aderissero, come cozze e vongole che nello stesso piatto non si amalgamano.

La mia playlist della memoria scarta la fase primordiale, comincia con l’adolescenza e termina con la nuova vita che mi sono data, la solitaria solitudine che mi calza a pennello. Provate a fare lo stesso esercizio e fermatevi a quota 10: vedrete che sarà un’impresa titanica mettere un punto. Perché le canzoni, come i figli, so’ piezz e core.

 

  • Comunque bella – Lucio Battisti
  • Dock of bay – Otis Redding
  • Dolce Acqua – I Delirium
  • Impressioni di settembre – Premiata Forneria Marconi
  • Easy – Commodores
  • I’m easy – Keith Carradine
  • San Francisco – Scott McKenzie
  • Sweet Home Alabama – Lynyrd Skynyrd
  • La realtà non esiste – Claudio Rocchi
  • Layla – Eric Clapton

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