Lettera a un giovane calciatore, mittente Darwin Pastorin

Il 28 novembre 2016 l’aereo charter boliviano British Aerospa, prima di atterrare all’aeroporto José Maria Cordova di Medellin, precipita con 177 persone a bordo e tutti i componenti della Chapecoense, che avrebbe dovuto disputare la finale di andata della Coppa Sudamericana contro l’Atletico National di Medellin.

I ragazzi della Chapecoense si erano imbarcati la sera prima a San Paolo, dove avevano giocato e perso contro il Palmeiras la partita decisiva per l’assegnazione del titolo.

I tifosi della “Chape” quel pomeriggio andarono lo stesso allo stadio.

“Una foto racconterà tutto questo: un bambino, solo, seduto in gradinata, che piange. Sì, perché il calcio – malgrado tutto – non è solo un gioco. E’ un sentimento forte”. Come recita il sottotitolo del libro.

Ecco l’irresistibile impulso che spinge Darwin Pastorin, un giornalista di cristallina passione nel raccontare il calcio, a scrivere la “Lettera a un giovane calciatore”, Chiare Lettere editrice. Un libro che, come una sinfonia, con le note più suggestive e rapinose, ci fa quasi toccar con mano la malìa del calcio, i suoi misteri inafferrabili, il suo incanto che non si ferma mai.

Quel fascino, quel mistero, quella forza inarrestabile che trascina le folle dove vuole: le sublima nell’amore più puro (il dolore vero, profondo, inconsolabile che attraversò l’Italia intera quando l’aereo del Grande Torino, di ritorno da Lisbona, precipitò a Superga: “I pensionati che li avevano visti giocare, a ogni racconto, a ogni sussurro, a ogni nome pronunciato si commuovevano, stringendo forte il capello tra le mani”) o le fa precipitare nella furia più bestiale (il 29 maggio 1985 allo stadio Heysel di Bruxelles, prima della finale di coppa Campioni tra Juventus e Liverpool: “gli hooligans inglesi, delinquenti ubriachi … avevano preso di mira… la Curva Z, dove avevano preso posto tifosi juventini… e per trentanove di loro arrivò la morte…”).

In undici capitoli (undici, quanti sono i giocatori di una squadra di calcio), dal “Prologo” alla “Conclusione”, Pastorin rappresenta il calcio come una figura prismatica dalle tante facce, ora dolci ora amare: dal terreno di gioco (“Il Campo”, il Filadelfia, come esempio, che vide il mito straziante di Meroni, “La farfalla granata”, al cui feretro “Un dodicenne, di fede juventina, depose una rosa rossa… ero io quel giovane”) alla “Fantasia”, che l’Autore sublima nella figura di Maradona, il Borges del calcio (“su Diego non sarò obiettivo e nemmeno normale”) e racconta, con accenti così crudi, da farti vedere la scena come in un film, l’aggressione subita ad opera del basco Andoni Goikoetxea, che per fargli male davvero non interviene sulla palla ma sul piede. Il suo piede, il sinistro. E gli spezza la caviglia in tre punti. Tornerà mai più quello di prima? Mentre se lo portano via, piangente, in barella, l’Autore se lo immagina in preghiera: “Tornerò a giocare, madre?”.

Sì, tornerà, sei mesi dopo e la caviglia risponde al 100% perché “La palla non ha dimenticato il suo padrone”.

Alla “Sconfitta”, che nel calcio è sentita come una tragedia (si è affannato a lungo e invano Sacchi a diffondere la ”Cultura della sconfitta”). Tragedia che porta all’uccisione in Colombia del terzino Andrès Escobar per un autogol (Usa-Colombia 2-1).

Alla “Riserva”, esempio cardine Piloni, tre anni alla Juve a far panchina perché tra i pali c’era il grande Zoff: “A Massimo Piloni – racconta l’Autore – vorrei dire che quel ragazzino che gli chiedeva l’autografo non lo ha dimenticato. Per me resterà un numero 1, sempre”.

Al “Rigore”, quegli undici metri, la distanza tra la gloria e la rabbia, il buio e il miele” e la canzone più bella mai scritta sul calcio, quella di De Gregori “La leva calcistica della classe 68”: “Ma Nino non aver paura / di tirare un calcio di rigore / non è mica da questi particolari / che si giudica un giocatore / un giocatore si vede dal coraggio…”. E il rigore fallito da Baggio a Pasadena, Mondiali del ’94, quando nell’immaginazione di Pastorin, Taffarel il mistico portiere del Brasile, nel momento cruciale guardò il cielo e invocò il suo mito, Ayrton Senna… E Baggio scagliò in cielo quel rigore…”.

Pastorin chiude con i due Mondiali: quello del ’70 (e l’epica semifinale ai supplementari contro la Germania Occidentale 4-3, risolta da Rivera sessantasei secondi dopo aver subito il 3-3 per una sua clamorosa disattenzione (“E c’è ancora qualcuno che parla della banalità del calcio!”) e quello vinto in Spagna, nell’ 82 , con Paolo Rossi che, come l’Araba Fenice, rinasce dalle sue ceneri con i tre gol al Brasile.

Al “Tifo”, capitolo nel quale l’Autore instilla il meglio delle sue esperienze di cronista, citando Galeano (“Il calcio riesce a farci tornare bambini”) e Javier Marìas (“Vivere il calcio come un recupero settimanale dell’infanzia”).

Ed infine, come fosse un implorazione agli dei del calcio, così l’Autore chiude la sua “Lettera”: “Il tifo che a me piace ha a che fare con la memoria, con la letteratura, con il sentimento più puro e innocente”.

E, per quanto poco, anzi nulla, possa contare la mia parola, invito il Ministro della Cultura e anche quello dello Sport di inserire il libro di Pastorin tra le materie di scuola: quale altro messaggio, infatti, può diventare più incisivo della sua “Lettera ad un giovane calciatore”?

Ovvero quel ragazzo che, praticando ancora solo i campetti di periferia, sta ancora lì, in quel limbo, tra il tutto e il niente, felice comunque di inseguire un sogno inseguendo un pallone.

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