Borsellino, la mafia ti ha reso immortale

Le bombe di Capaci furono uno choc collettivo, ma il tritolo di via D’Amelio segnò un punto di non ritorno. Il giudice Borsellino aveva la consapevolezza di un destino a cui non fece alcuna concessione. E nella sua morte c’è qualcosa di epico…

Se devo pensare al simbolo del martirio di Palermo istintivamente penso a Paolo Borsellino. Non a Giovanni Falcone e spesso mi sono chiesto il perché. Certamente c’entra molto l’epilogo della sua vita, quel suo essere consapevole di una morte imminente, quella cupa rassegnazione al destino che lo attendeva e a cui però non fece mai concessioni. Dal 23 maggio del 1992 Paolo Borsellino ha continuato a fare il magistrato come sempre, il padre come sempre, il figlio come sempre. Non ha voluto morire ogni giorno, ha capito che sarebbe stato inutile sottrarsi al corpo a corpo con la mafia, che il prezzo da pagare sarebbe stato più alto, ancora più alto del già pesantissimo bilancio stilato in via D’Amelio.

Le bombe di Capaci furono uno choc collettivo, il tritolo di via D’Amelio il punto di non ritorno di un distacco da quella mafiosità di cui Palermo era schifosamente permeata.

Ho parlato due volte con Falcone ed altrettante con Borsellino, alla fine degli anni ’80. Non avevo motivi professionali per incentivare la frequenza. Di Falcone mi colpì il linguaggio, sempre molto preciso, quasi da verbale. Di Borsellino quel guardarti dritto negli occhi, un vero e proprio scanner che cercava di leggerti dentro. Cercavo la conferma di una notizia, provai a mascherarla chiedendo un consiglio. Velleitario io quanto ermetico lui. La sigaretta nelle sue mani mi indusse ad accendere la mia: “Non qui, a molti dà fastidio”. Detto con garbo e un mezzo sorriso. Ricordo come costante di quell’incontro una cortesia e un ricorso alle forme che mi sembrarono retaggio di un’educazione antica, robusta e ben assimilata. Di più, in tutta sincerità, non saprei dire.

La ricostruzione postuma mi ha spesso portato ad adattare i tasselli dell’immaginazione a quelle fugaci impressioni. Se ancora oggi osservo le foto di Borsellino mi pare di riconoscere quella luce saettante dei suoi occhi e quella postura composta che dicono essere stata un suo marchio di fabbrica.

Dopo la strage di Capaci soltanto gli inetti – ed io speranzoso fra essi – hanno pensato che la mafia non si sarebbe spinta così in là da attaccare il gemello di Falcone. Si interpretava quel “ora tocca a me” come il più banale degli scongiuri. Nel suo morire, a 52 anni come il padre, c’è qualcosa di epico, proprio sotto casa della madre, ad un passo da colei che gli regalò la vita.

Cosa mi ha attratto di Paolo Borsellino tanto da ergerlo ad eroe incontrastato della mia terra? Forse quell’integrità a cui tutti si aspira e che resta per lo più il rimpianto di una vita. Non l’ho mai invidiato, ma divenuto padre ho compreso il più grande dei suoi dolori, la consapevolezza di aver generato degli orfani precoci. Ho invece ammirato la sua rinuncia alla militanza giovanile, rimasta forse ideale e mai più sbandierata dopo aver abbracciato il neutro vessillo dello Stato. Se sei giudice non ci può che essere un’unica fede. E che differenza con tanti dei suoi finti eredi…

Il 19 luglio, come del resto il 23 maggio, la mafia ha creduto di vincere rubando delle vite. Di fatto ha perso la partita con la storia regalando ai suoi nemici l’eroica immortalità. Per gli antichi dei il dono più grande che può ricevere l’uomo giusto.


Via Mariano D’Amelio 2

Via Mariano D’Amelio 2Palermo, 19 luglio 1992Video realizzato dai Vigili del Fuoco

Pubblicato da Io Non Dimentico su Lunedì 4 gennaio 2016

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Angelo Scuderi

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