Il successo e poi l’inferno: Maurizio Schillaci, campione in cerca di lavoro

i perdenti nel calcio come nella vitaI perdenti, nel calcio come nella vita, possiedono ai miei occhi un fascino strano e per nulla “discreto”, che si può spiegare con due semplici parole: alla fine ce la fanno.

Così Antonio, Maurizio Schillaci, per tutti solo “Maurizio”, il cugino sfortunato di Totò, l’eroe mundial di “Italia ‘90”.

Entrambi figli di pescatori, nati e cresciuti al “Capo”, giocavano da ragazzini nel sagrato pietroso della “Madonna della Mercede”, a cui tutti gli abitanti del rione sono così devoti da chiamarla:  “La Regina del Capo”.

Per capire cos’è diventato oggi Maurizio è necessario capire com’era da bambino. E non è “roba” da tutti i giorni e per tutti i cronisti: devi chiedere aiuto a chi è nato e cresciuto da quelle parti, nelle quali, allora come oggi, se non hai la fortuna di attaccarti a un’ancora di salvataggio, rischi seriamente di affogare nel mare magnum della disperazione.

Quando, ad inizio anni duemila, l’editore “Limina” mi chiese di scrivere un libro su Totò Schillaci: “Non ne parla più nessuno – mi disse – lo hanno dimenticato tutti, perfino i palermitani … Facciamogli dire com’è potuto succedere…”, io mi accesi subito come una torcia: “Questa sì è una bella occasione!”…

E non me la lasciai sfuggire.

E, lavorando come un matto, perseverante e testardo perché su dieci appuntamenti Totò ne mancava almeno otto, riuscii a fargli raccontare com’era stata la sua vita.

Prima, durante e dopo la grande stagione del calcio.

E fu così che imparai a conoscere anche il mistero della mancata carriera di suo cugino Maurizio: “Che era più forte di me –  mi spiegò Totò – tant’è vero che quando, da ragazzini, c’era da comporre le due squadre per le interminabili partite sul sagrato della Madonna della Mercede il primo ad essere scelto era lui, mica io… E devi sapere che certe gerarchie non cambiano nemmeno dopo vent’anni, nemmeno dopo che tu sei arrivato alla Juve e lui, invece, è rimasto al palo”.

Fu allora, mentre, con un velo di mestizia che non riuscì mai a nascondere, mi “spiegava” suo cugino Maurizio e i suoi misteri, che, come un baleno, mi venne in mente il titolo da dare al mio libro su Totò: “Ragazzi di latta”.

Lui, Totò, di latta che brilla e attira il sole a differenza di Maurizio, di latta, che il sole ingrigisce e sporca.

E Totò fu sincero e leale com’è nella sua natura di uomo buono e semplice, assolutamente incapace di parlar male di chicchessia, perfino di chi se lo merita davvero.

Mi disse che Maurizio era il più forte “esterno” dei tempi, perfino più di Lentini, considerato il numero uno del ruolo di quegli anni: “Mai visto un tornante così forte: capace di saltare l’uomo, fortissimo in progressione, abilissimo ad arrivare sul fondo e mettere al centro palloni al bacio, che chiedevano solo di essere sospinti in rete. Quanti gol mi fece fare nei due anni, passati insieme al Messina, prima con Scoglio e poi con Zeman!”.

Gli brillano gli occhi mentre rievoca quei momenti ma subito butta fuori, come uno schizzo di veleno, un’imprecazione rabbiosa: “E invece ha sprecato tutto per la smania di vita bella e sfarzosa che amava fare: ristoranti di classe, le serate in compagnia, le belle donne… “Spendeva perfino più di quello che guadagnava. E guadagnava tanto!”.

Molto miele, come si vede ma alla fine, uno schizzo di fiele e la cosa eccitò ancor di più la mia voglia di capire, tipica del cronista che cerca la verità per raccontarla si suoi lettori. Così, uscito il libro, mi posi alla ricerca di Maurizio, nel frattempo sparito completamente dalla cronache del calcio per perdersi in quelle della strada, con i suoi vizi e le sue malefiche tentazioni. Corsi di qual e di là, spesso a vuoto ma alla fine lo trovai e fu merito del mio libro, che aveva riportato all’attenzione il mito di Totò, capocannoniere di Italia ’90 : il “Guerin Sportivo” mi chiese di scrivere la storia vera del cugino sfortunato, svelare finalmente l’intreccio di fatalità ed errori umani che lo portarono dalle stelle alle stalle.

E Maurizio fu sincero e disarmato nel raccontarmi la “sua verità”, puntando molto su due punti fissi,  piantati lì, nel mistero del precipizio nel quale si era perduto, come tronchi d’albero che niente e nessuno può sradicare: “Tutto cominciò quando il grande Fascetti mi volle alla Lazio, che spese un capitale per avermi. Ricordo che, appena arrivato al ritiro, mi disse: “Il mio gioco si basa sui cross dal fondo, ma bisogna prima arrivarci e tu sei l’uomo giusto al posto giusto!”. Parole che mi diedero una carica enorme e infatti sin dai primi allenamenti lui, che pure era un burbero, si scioglieva in elogi,  per me dolci come il miele! Mi sembrava di toccare il cielo con un dito, avevo tutto il mondo tra le mani… Ma poi, all’improvviso, in un tackle più cattivo del solito, mi feci male…”.

E da quell’infortunio non si riprese e io volevo sapere perché e insistevo e lui ci girava intorno, diceva solo: “Mi feci male e non riuscivo a guarire…”.

Solo questo: “male e non riuscivo a guarire”. Certo quelli non erano i tempi d’oggi, che si ricostruiscono come nuovi i legamenti del ginocchio e della caviglia, ma…

Non si riprese più Maurizio da quella botta del destino. Seguì la fine del suo matrimonio e una caduta, lenta ma inesorabile, senza un appiglio, a cui aggrapparsi perché l’unico fu quello sbagliato: la droga.

Di recente è andato in Rai e ha spiegato: “No, non mi rassegno, io ci credo ancora, mi basta trovare un  lavoro… Prima, nel periodo più brutto, mi facevo, ma da anni ormai non più e ce ne sono voluti tanti e un’immensa forza di volontà per andare oltre. E ora che sono tornato un essere umano (testuale, ndr), perché chi può non mi dà un lavoro? Che mi riscatti e mi permetta di riabbracciare le mie figlie, che non vedo da anni!”.

Ed ecco, il secondo punto fisso: le figlie, che cerca senza cercarle davvero, perché si vergogna di farsi trovare così come si è ridotto: “O meglio mi vergognavo allora, quando mi facevo, ma ora vivo da cristiano e vorrei riabbracciarle, sono l’unica cosa bella che mi è rimasta…”.

E allora? Perché non le cerca, perché non bussa alla loro porta?

“E se non mi aprono? E se non mi fanno entrare? Ho commesso troppi errori, forse non me le merito più le mie figlie…”.

E, intanto,  vive da clochard, passa le notti nei vagoni dei treni fermi: “Perché so che una casa posso solo sognarla. Come farei a pagarla?… “.

Uno dice: se vive per strada, è perduto ed è perduto perché la strada è diventata la sua casa. Glielo rinfaccio e lui ha come un sussulto di ribellione: “No, non è così, io me la sogno una casa, e per averla mi basterebbe un lavoro, anche il più umile ma nessuno me lo dà”.

“ E ti sei mai spiegato perché?”

“Sì, le ragioni io le conosco. La prima è che io, oltre al calcio, non sapevo fare nulla. La seconda che i soli amici che potrebbero aiutarmi non ci sono più: erano i miei compagni di sventura, quelli che si facevano come me. Ora non ci sono più… Gli altri? Gli altri mi danno una mano come possono, ma io passo sempre per quello che si faceva…”.

E finisce con una preghiera, la stessa che fece a “Rai 2000” nel febbraio dell’anno scorso, nella trasmissione “Revolution”, condotta da Ariana Ciampoli: “Prego Dio che mi faccia trovare un lavoro e una casa, solo Lui può farlo, solo lui può salvarmi, come mi ha salvato dalla droga..”.

E il suo volto si distende in un sorriso, tremulo come il volo di una farfalla.

Mi piace pensare che in quel sorriso resistano le ultime speranze dell’uomo, che non si dà per vinto e lotta con una pertinacia che riescono ad avere solo i perdenti della vita. Quelli abituati a vincere non hanno armi idonee contro le sconfitte,  e si arrendono

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