Dottore Borsellino, mi scusi ma io domani resto in tribunale

Il gip Nicola Aiello, titolare delle indagini sul clan di Porta Nuova e recentemente fatto oggetto di intimidazione, spiega i motivi che lo inducono a disertare le commemorazioni ufficiali. “Oggi molti li chiamano Giovanni e Paolo, ma tutti sappiamo come in realtà, da vivi, sia Borsellino che Falcone non avessero tanti amici e fossero soli e spesso ostacolati…”

Se Paolo Borsellino fosse vivo apprezzerebbe e condividerebbe molto di più lo spirito di coloro i quali nel giorno del 25esimo anniversario della strage di via D’Amelio rimangono chiusi in una stanza del palazzo di Giustizia a lavorare. Intendiamoci: ho il massimo rispetto nei confronti di coloro i quali partecipano alle numerose iniziative per ricordare Paolo Borsellino, ma in questi 23 anni di servizio in magistratura ho imparato qualcosa, ho imparato che quando Paolo Borsellino era in vita, diversi suoi colleghi lo ostacolavano in ogni modo, non tolleravano la sua notorietà. Ecco, non escludo che molti di costoro oggi possano incontrarsi alle commemorazioni del 19 luglio, magari tra coloro che chiamano Paolo Borsellino con l’affetto con il quale si chiama un amico che non c’è più.

Eppure mi dicono che Paolo Borsellino in vita non avesse molti amici. Esiste una fotografia emblematica che lo ritrae da solo con una sigaretta in bocca nell’atrio del Palazzo di Giustizia: è emblematica della solitudine nella quale fu lasciato Paolo Borsellino, la stessa solitudine che fu tributata a Giovanni Falcone, ostacolato ad ogni svolta di carriera e persino accusato di essersi fatto recapitare il tritolo nella sua villa all’Addaura per acquisire un ruolo di protagonista.

No, non credo alle parole di coloro che in occasione delle celebrazioni del 19 luglio parlano di Paolo e Giovanni come loro fraterni amici e poi vengono intercettati mentre insultano i figli di Paolo Borsellino. Non credo a coloro che hanno tributato 10 minuti di applausi a una giornalista francese chiamata a Palazzo di Giustizia per esprimere un’opinione denigrante di chi, come Nino Di Matteo, rischia la vita ogni giorno. Non credo a coloro che sull’antimafia di copertina hanno costruito carriere.

Io preferisco restare in aula a lavorare ai miei processi e il mio pensiero va non a Paolo ma al dottor Paolo Borsellino che chiamo con il suo nome e cognome poiché purtroppo non ho avuto il tempo di conoscerlo. Io commemorerò così un uomo e un magistrato il cui ricordo ogni giorno contribuisce a spingermi ad andare avanti nella consapevolezza di quanto difficile sia il mio lavoro.

Nicola Aiello *

*L’autore dell’articolo è un giudice per le indagini preliminari presso la Procura della Repubblica di Palermo.Attualmente sta lavorando ad uno dei più importanti processi alla mafia di Palermo, quello al clan di Porta Nuova che vede alla sbarra 40 presunti boss. Il 5 luglio scorso sulla porta del suo ufficio in Tribunale è stata disegnata una croce, chiaro segno d’intimidazione.


La foto di Paolo Borsellino è di Franco Lannino ©StudioCamera

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Nicola Aiello

Direttore editoriale