Il re di Sicilia si chiama Orlando

Preliminari infiniti che tuttavia sembrano far male alla qualità del rapporto. E a godere sinora è solo Grillo che ha sbrigato alla sua maniera la pratica per la candidatura alla presidenza della Regione: 9 ore di click day, qualche migliaio di voti, la legittimazione del candidato che è lo stesso che avrebbe scelto a tavolino. Da destra a sinistra invece fanno a gara a farsi del male.

Prima la ricerca del papa straniero che ha accomunato i due schieramenti, l’effetto più evidente dell’obiettivo dichiarato  di allargare la coalizione.

Chi ci ha provato per primo e con più convinzione è il Pd con Piero Grasso provando a ricopiare lo schema vincente del cosiddetto modello Palermo. E per questo è sceso in campo anche Leoluca Orlando. Ed una cosa a tutti è subito apparsa chiara: il sindaco di Palermo è l’unico che potrebbe tenere insieme una coalizione larga in grado di far coesistere alfaniani e Sinistra Comune, liste civiche e Sicilia Futura. Se non fosse che Orlando è appena stato rieletto il problema sarebbe già stato risolto. Ma siamo sicuri che alla fine non sarà questa la soluzione? Se il “campo progressista” dovesse proporgli compatto la candidatura, si è proprio certi che Orlando saprebbe opporre resistenza? In fondo è l’ultimo tassello della sua vita politica che gli manca. È stato sindaco a più riprese, deputato nazionale e regionale, parlamentare europeo. Ha provato nel 2001 la scalata a Palazzo D’Orleans fermandosi a mezzo milione di voti da Cuffaro. Ma quelli erano altri tempi, era l’epoca del massimo splendore di Forza Italia e di tutti i satelliti che gli giravano attorno.

Per Orlando è arrivato il momento dell’ora o mai più, considerando la sua età e le congiunture favorevole che accompagnerebbero questa nuova avventura.  A Palermo ha ancora una volta dimostrato di essere il leader riconosciuto della città. Non scende mai sotto il 40% dei voti, percentuale costruita più sulla sua persona che sulla coalizione. Lascia sufficiente spazio ai compagni di cordata nella presentazione delle liste  e questo è un particolare che non guasterebbe anche in prospettiva regionale. Ha dimostrato, soprattutto, quel sano realismo che si chiama civismo ma sottintende l’abolizione di vincoli e barriere dettate dall’influenza dei partiti. Insomma, in un momento delicato come questo, in cui si avverte l’assenza di figure forti capaci di mediare la nutrita pattuglia di leader di correnti, la presenza di un “capo vero” sarebbe la soluzione ideale. Orlando è quello che nemmeno Grasso potrebbe essere. Il presidente del Senato rappresenterebbe il punto di garanzia e di equilibrio della coalizione, ma il valore aggiunto dal punto di vista elettorale sarebbe impalpabile. Orlando è invece leader e capo, attrattore di consensi e guida della coalizione. Resta da sciogliere il problema Palermo, che tradotto significa come spiegarlo alla città. Perché sulla successione il nome è già pronto: Fabio Giambrone.

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