Lo Zen, la testa di Falcone e il bisogno di farsi domande

zen e statua di FalconeLo Zen a Palermo è stato sempre un quartiere diverso dalle altre periferie popolari. Diverso sin dalla sua nascita se persino un urbanista di grandissimo livello come Vittorio Gregotti che lo progettò all’alba degli anni ‘70, si spinse a dire a La Repubblica nel 2014 che “se avessi conosciuto meglio Palermo non lo avrei mai disegnato. Ho sottovalutato la città. Oggi sarei pronto a finirlo se solo l’Amministrazione Orlando lo volesse… Allo Zen avevo previsto teatri, luoghi di lavoro, ma non venne costruito nulla. Nelle periferie devono mescolarsi i ceti e invece di confinarli”.

Un inchino all’onestà intellettuale di Gregotti che, crediamo non si offenda, se aggiungiamo che comunque la connotazione del ghetto lo Zen l’ha avuta sin dal suo concepimento. L’architetto, tuttavia ha toccato uno dei tasti fondamentali sullo stato delle periferie, specie nelle città del sud. Senza servizi adeguati, circondati dalla bruttezza e dal malfunzionamento, lasciate ad una gestione quasi da repubblica autonoma, qualsiasi quartiere diventa degradato. E qualsiasi abitante di quel quartiere un potenziale delinquente. La diseguaglianza genera rabbia, la rabbia a sua volta emarginazione e voglia di ribellione, contro ogni regola.

“Io conosco tanta gente perbene che vive allo Zen – spiega Maruzza Battaglia, dal 2008 anima del progetto Laboratorio Zen 2 che produce borse e accessori di moda impegnando diverse donne del quartiere -. Oggi con la storia della testa mozzata alla statua di Falcone si corre il rischio di commettere l’errore di sempre, limitarsi alla condanna senza mai farsi domande. E vi dico un’altra cosa: l’avrebbero fatto anche se si fosse trattato della statua di Ho Chi min. Che si tratta di un atto sbagliato non c’è dubbio, ma non vediamoci altro”.

Chi ha commesso l’atto vandalico, a suo avviso, sa chi era Falcone e cosa rappresenta per Palermo?

“Certo che lo sa. Ma continuo a pensare che in questa storia Falcone non c’entra. E che il discorso sia più generale e riguarda l’atteggiamento sbagliato di molti palermitani, a prescindere dalla loro residenza. Perché si parla poco delle panchine rotte di via Libertà o delle statue deturpate a Piazza Politeama? Il pregiudizio è un’altra cosa che porta soltanto discriminazione. E guai”.

Delle tante facce di Palermo quella della periferia, troppo spesso, mostra il suo profilo peggiore.

“C’è la necessità di riqualificare lo Zen come altri quartieri di Palermo. Nella gente che grazie al Laboratorio frequento ogni giorno, io intravedo dignità e potenzialità inespresse. E provo rispetto per donne capaci di gestire una famiglia con pochissimi soldi, senza far mancare l’essenziale ai proprio figli. C’è una sana voglia di riscatto, ma non si può negare che per anni le periferie siano state trascurate”.

Il Laboratorio è un luogo di lavoro e di emancipazione. Non ritiene che le donne dovrebbero avere un ruolo più attivo nel loro nucleo familiare, farsi portatrici di cambiamento, condizionare maggiormente la vita dei loro uomini, mariti o figli che siano?

Il lavoro significa dignità, un percorso di affrancamento dal potere prima quasi assoluto degli uomini. Ci vuole tempo e la giusta attenzione da parte di chi dimentica cosa produce il disagio sociale. All’inizio della nostra esperienza i primi nostri nemici furono proprio i mariti delle donne che lavoravano al laboratorio. Non vi dico cosa accadde quando cominciarono ad uscire le foto su Vanity Fair e sulle varie riviste di moda. Poi compresero che quel lavoro produceva reddito e cominciò a cambiare l’atteggiamento”.

Da Facebook arriva, anche, l’appello di Rosi Pennino, sindacalista della Cgil che dello Zen è figlia e che nel quartiere ha lavorato. Una storia politica consumata all’interno del Partito Democratico, anche se alle recenti Comunali era assessore designato da Fabrizio Ferrandelli alle politiche sociali.

“La campagna elettorale è finita – scrive – adesso non si può ripartire dall’unico fatto su cui eravamo tutti d’accordo? Le periferie gridano bisogno urbanistico, sociale, culturale e di servizi. Sono cresciuta alla Zen e il Comune allora organizzava le colonie. Un piccolo esempio…. “

“Bisogna analizzare il fatto (la testa mozzata alla statua, ndr)”, sostiene ed evitare di lanciare accuse che apparterrebbero “a caffè da salotti bene mentre si recita la formula palermitana razzista del Oh mio dio, che gentaglia…”.

Tutto giusto, purché non scatti il cliché opposto, pericoloso tanto quanto, per cui il contesto certamente problematico e che necessità gli interventi correttamente sottolineati da Pennino, non finisca per avere  valore assolutorio per qualsiasi nefandezza.

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