Undici luglio 1982: l’urlo di Tardelli, la pipa di Pertini, i gol di Pablito. E quell’anno la mafia andò persino in ferie…

L’urlo di Tardelli o il “non ci prendono più” del presidente Pertini dopo il gol di Altobelli? L’abbraccio di Bearzot a Paolo Rossi o il sorriso quasi imbarazzato di Zoff che solleva la Coppa? La galleria di immagini colorate d’azzurro di quella notte dell’11 luglio 1982 è infinita, forse la più bella di sempre, di tutte le Coppe del Mondo. Sarà per la particolare genesi di quella vittoria e per la venatura pop del nostro Paese, ma quelle notti in terra di Spagna sono ineguagliabili. E con tutto il rispetto per Fabio Caressa che nel suo specifico è un genio, il triplice campioni del mondo di Nando Martellini, oggi custodito nel museo vintage dei nostri ricordi, è di un altro livello. E volete mettere la sfida a scopone in aereo tra Pertini, Causio, Zoff e Bearzot, quale meraviglioso regalo è stato per i fotografi al seguito della Nazionale quell’immagine da bar di provincia che fece il giro del mondo. Eppure quella spedizione non era nata sotto i migliori auspici. Tante polemiche per l’esclusione di Evaristo Beccalossi, oggettivamente incomprensibile se non nell’ottica che Bearzot non voleva correre il rischio di antagonismi del tipo Mazzola – Rivera di dodici anni prima. Il titolare era Antognoni, punto e basta. E l’insistenza su Paolo Rossi non ancora diventato Pablito, e quel girone eliminatorio giocato male ma male male. E le voci becere della presunta relazione fra Rossi e Cabrini. E il silenzio stampa, cosa mai vista in un mondiale, che consegnò ai giornalisti il più “muto” dei giocatori di tutti i tempi, il capitano Dino Zoff che disse più parole in quel mese che in tutta la sua carriera.

Poi dopo la partita con il Camerun cominciò un altro torneo. Prima la vittoria con l’Argentina di Maradona (che conserva ancor sulle costole le impronte delle mani di Gentile…), poi il trionfo contro un Brasile secondo per tasso di classe soltanto a quello di Pelè del 1970. Il resto era già scritto, quell’Italia avrebbe vinto contro chiunque e in qualsiasi condizione. Si permise persino il lusso di sbagliare un calcio di rigore, sullo 0-0 dopo pochi minuti del primo tempo. Di quel 1982 restano i ricordi nitidi di una stagione della vita in cui si andava di corsa. Più gli errori che le cose giuste, resta la sensazione di essere invincibili che quella notte di Madrid contribuì a rafforzare. E poi i gol di Gianni De Rosa, l’ultimo capocannoniere in B prima di Toni. Ma Gianni aveva un’anima beat, Luca di fighetto non solo l’aspetto. E quanta musica, per lo più di facile consumo. Il 45 giri più venduto fu Der Kommisar di Falco che bruciò in volata due epiche colonne sonore: Paradise (Phoebe Cates) e la mitica Reality tratta dal film Il tempo delle mele. Baglioni scrisse avrai, imperversavano Il Ballo del quaquà e Felicità di Albano e Romina, a Sanremo vinse Riccardo Fogli, Giuni Russo lanciò Un’estate al mare. Ma la canzone che accompagnò quel Mondiale fu Da da da dei Trio, ennesimo caso di quelli che ballano per una sola estate. Personalmente, restando sul genere, preferivo Harden my heart (Quarteflash) che aveva una sia pure minuscola venatura rock, quella che mi ossessionò di Lady Oscar, sigla dell’omonimo cartone animato che andava in onda prima del telegiornale che a quell’epoca conducevo. Il ritorno sul monitor di quella musica era il segnale che si stava per cominciare. Per la cronaca gli inizi degli ’80 furono paragonabili agli anni di piombo. Nel 1982 la mafia uccise il parlamentare e segretario del Pci Pio La Torre assieme al suo uomo di fiducia, Rosario Di Salvo, il medico legale Paolo Giaccone, il generale Dalla Chiesa e la moglie Emanuela Setti Carraro, l’agente di Polizia Calogero Zucchetto. Al mafioso pentito Tommaso Buscetta decimarono la famiglia: dall’11 settembre al 29 dicembre scomparvero per lupara bianca 2 figli e gli uccisero un fratello, un cognato e un nipote. Contrariamente a quanto poi sottolineò Pif, la mafia in quell’estate del 1982 si prese un mese di ferie e luglio andò in vacanza. Per la cronaca, il sindaco di Palermo non era Leoluca Orlando bensì Nello Martellucci, suo avversario interno nella Dc. Era il sindaco che sperimentò in via Ruggiero Settimo i marciapiedi a senso unico. Il tempo di qualche  contravvenzione e scattò una protesta di massa in Consiglio Comunale. E la Dc convinse il suo sindaco a ritirare un’ordinanza che anni dopo fu copiata  (per la zona di Piazza di Spagna) dal Comune di Roma. Tutto sommato di quella stagione meglio ricordare l’urlo di Tardelli e la pipa del presidente della Repubblica più amato dagli italiani…