Angelo Niceta, la Procura di Palermo chiede la sua protezione come testimone

Angelo Niceta da 39 giorni ha iniziato lo sciopero della fame. Dopo le sue dichiarazioni che riguardavano esponenti di spicco della mafia, a partire da Matteo Messina Denaro, e collusioni con «pezzi rilevanti della società, dell’economia e delle istituzioni», fa appello al Presidente della Repubblica perché gli venga concessa protezione quale Testimone di Giustizia, come richiesto al Ministero dai magistrati.

La Procura di Palermo ha presentato attraverso la Prefettura la nuova richiesta di ammissione al programma di speciali misure di protezione in qualità di testimone per Angelo Niceta e i suoi familiari, firmata dal Procuratore Francesco Lo Voi e dal Procuratore Generale Roberto Scarpinato. La richiesta è stata già inoltrata l’8 luglio tramite l’Ufficio Cifra della Prefettura alla Commissione Centrale del Ministero dell’Interno.

Angelo Niceta: «Sono un testimone, non un pentito di mafia»

Lo scorso 14 giugno Niceta ha rivolto un appello urgente al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con una lettera inviata anche per conoscenza al Presidente del Senato Pietro Grasso e diffusa agli organi di stampa.

Niceta nel suo appello ha sottolineato come in qualità di «cittadino palermitano, incensurato e senza alcun procedimento pendente per fatti di mafia, di sua iniziativa e senza alcun secondo fine ha contattato la magistratura per metterla al corrente di quanto era a sua conoscenza in merito a fatti di rilievo penale inerenti l’organizzazione mafiosa e i rapporti collusivi che la stessa intrattiene.»

Per l’importanza e la gravità delle sue dichiarazioni che riguardano «particolari importantissimi e circostanziati sui mandamenti mafiosi palermitani di Brancaccio e di Bagheria, sul gruppo Guttadauro e i rapporti da questo intrattenuti con l’attuale “uomo forte” di Cosa nostra, il latitante Matteo Messina Denaro», i magistrati della Procura, Nino Di Matteo e Pierangelo Padova, avevano chiesto l’accesso al programma “speciali misure di protezione” del ministero dell’Interno in qualità di Testimone di Giustizia.

Lo status di Niceta viene modificato all’improvviso da “Testimone” in “Pentito“, decisione che egli immediatamente rifiuta: «Quando già ero stato trasferito insieme con la mia famiglia nella località protetta mi è stato comunicato, senza fornire alcuna spiegazione o motivazione, il cambiamento del mio “status” da “Testimone di Giustizia” in “Collaboratore di Giustizia“. Per un fatto di Dignità e di Verità non potevo assolutamente accettare il ruolo di Collaboratore, essendo completamente estraneo all’associazione mafiosa, anzi vittima della stessa, ed essendo le mie dichiarazioni motivate esclusivamente da una scelta di Giustizia.»

Per “pentiti” si intendono i Collaboratori di Giustizia, soggetti “interni” all’organizzazione criminale che forniscono il loro apporto dichiarativo in cambio di benefici processuali, penali e penitenziari.

Decidendo di non accettare lo status di “pentito di mafia”, Niceta si è trovato senza scorta né alcuna misura di protezione per sé e i familiari. Ha deciso di tornare a Palermo e di continuare comunque a testimoniare davanti i magistrati.
Con l’appello al Presidente della Repubblica ha chiesto l’adozione delle misure previste per i testimoni di Giustizia, a tutela anche dei suoi familiari «prima che sia troppo tardi e che possano verificarsi fatti irreparabili».

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