I 26 milioni di Dolce&Gabbana e la Palermo che deve dire grazie

Il direttore del Giornale di Sicilia, Marco Romano, due giorni fa proponeva una giusta riflessione a proposito della “calata” a Palermo di Dolce&Gabbana. Sostanzialmente diceva: hanno scelto Palermo o se la sono presa? La sua era una provocazione sotto forma di domanda retorica perché è stato subito chiaro a tutti che se l’erano presa. In affitto. Almeno si erano presa quella parte che gli interessava. Sui social, in questi giorni si è scatenata la consueta guerra di bandiera tra favorevoli e indignati, una faida mossa in parte da ragioni intellettuali e in parte da derive politiche. Ha fatto bene, anzi benissimo il sindaco Orlando a tenersi lontano dal dibattito. Tanto in termini di consenso e dissenso non c’è partita (a favore del primo, s’intende) soprattutto per via dell’indotto economico abbastanza tangibile e del ritorno d’immagine che deriva dall’operazione D&G. Ce ne fosse una al mese di queste operazioni, verrebbe da dire…

Certo i disagi ci sono stati, ma tutto sommato sopportabili, la storia dei braccialetti dati ai residenti della “zona proibita” hanno un vago e sinistro sapore di un passato da dimenticare, però sono stati talvolta esibiti quasi come status symbol.

Le uniche cose intollerabili sono l’ipocrisia e la bulimia verbale dei cortigiani. La difesa dell’evento fatta dai valvassini è quanto di più squallido, persino se fondata. Ma questo è l’effetto collaterale di quei 5 anni di primarie a cui aveva fatto riferimento Orlando in campagna elettorale. E così i nanetti tentano di trovarsi un posto in prima fila. Anche chi ha amici e parenti stretti ingaggiati per la kermesse avrebbe fatto meglio a privilegiare il silenzio. È una questione di stile, ora ci vuole.

Sventolare i 26 milioni di euro che Dolce&Gabbana avrebbero investito per l’evento è invece ascrivibile al capitolo delle ipocrisie. Cosa può interessare ai palermitani (almeno a quelli di buon senso) quanto costano gli allestimenti, i cachet o la Siae (tanto per dire…)? O se hanno operato restauri, per esempio, in palazzi nobiliari privati. Sarebbe invece interessante sapere quale fetta del budget è stata impiegata sul pubblico, quali società hanno lavorato in nome e per conto di D&G, il numero dei lavoratori e quante ore di lavoro sono state richieste. Dati essenziali per capire chi veramente debba dire grazie, se soltanto Palermo, intesa come istituzione o anche una parte privilegiata di essa.

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