Helge Bronée, c’è un filo sottile fra follia e genio

Helge Bronèe,Masci; Giaroli, Boldi; Fuin, Santamaria, Gimona; Di Maso, Vycpalek, Galli, Bronée, Sukru. All: Gipo Viani.

Era il Palermo edizione ’49-’50 e io avevo appena nove anni, ma ero già un piccolo, scatenato ultrà rosanero.

Il bacillo del tifo lo avevo preso qualche tempo prima, leggendo di straforo gli articoli che mio fratello Vladimiro, che, non ancora diciottenne, scriveva su un quadernetto dalla copertina nera, che, poi, chiudeva a chiave nel cassetto della scrivania della saletta: “Che fa, me lo fai leggere?, gli chiedevo da mesi e lui, implacabile: “Poi…  Sei troppo piccolo… per ora devi leggere il tuo sillabario!”.

Finché una mattina se ne scordò e io …

Io restai come incantato per ore a leggere i suoi “pezzi” e me ne innamorai perdutamente. In uno di questi raccontava col suo magico stile incantatore il genio e la follia di Helge Bronée . Ricordo che lessi, tra le tante, questa frase: “Se un giocatore, oltre alla tecnica e al coraggio, ha anche un pizzico di follia, impossibile non amarlo: ebbene, io amo alla follia, perfino più dell’immenso, meraviglioso Cesto Vycpalek, quel danesone biondo di Helge Bronée, perché non sai mai che s’inventa con la sua magia”.

Helge Bronée  (classe 1922, di Noebolle, Danimarca, preso nel ’49 dal Nancy dall’allora presidente rosanero Lanza di Trabia) il suo genio e la sua sregolatezza io, piccolo com’ero, li immaginai soltanto, violando di straforo il quaderno dalla copertina nera di mio fratello. Per ammirarli di persona, infatti, ebbi sempre troppo pochi minuti a mia disposizione e non solo: c’era pure il fatto che lui su dieci partite, otto se le guardava e solo due le giocava da quel grande  genio del calcio che era.

Passarono gli anni, diventai un habitué della Curva Nord, prima e un cronista, poi. M’innamorai di altri campioni, delirai a lungo per Fernando, per Mattrel, Burgnich e Calvani; poi, via via per Vernazza, per Chimenti, per Arcoleo, per Troja… fino al ritorno in serie A, per Toni, per Corini, per Zauli… E ancora per Pastore, Cavani, Ilicic, Vazquez e Dybala. E infine, per Sorrentino, perché, oltre alla tecnica, ho sempre cercato il cuore nei miei giocatori.

Poi, una mattina di una ventina d’anni fa, il giornale “La Sicilia” mi chiese di fare una serie di “ritratti” di vecchi e nuovi campioni rosanero e io, volendo iniziare col botto, cominciai con Cestmir Vycpalek, per gli amici “Cesto”.

Andai a trovarlo in… spiaggia, perché era d’estate e solo lì ero sicuro di trovarlo, insieme ai suoi amici di sempre (su tutti, Armando Correnti) con cui passava le ore, sotto l’ombrellone, a due passi dal mare, a giocare a briscola a cinque. Immaginate le sue imprecazioni in palermitano stretto colorato dal suo imperdibile accento ceko.

Mi  disse: “Appena finito questo giro, sono a disposizione!”. E passarono due ore e io, vestito tipo cerimonia perché reduce da un battesimo, sotto l’ultima striscia d’ombrellone, bruciavo lo stesso. Mi denudai a poco a poco, restando in pantaloni arrotolati e canottiera. Ero così conciato, quando finalmente “Cesto” si alzò e col suo vocione rombante esclamò: “Ma guarda come ti sei ridotto… Armando, per favore, corri a prendere una pippita chiacciata per il nostro amico!”.

Aveva un gran cuore Vycpalek e questo già si vedeva in campo, quando da regista arretrava in difesa a dare una mano e quando, sempre da regista, avanzava e dettava l’ultimo passaggio. Col suo ritmo, che non era frenetico ma. “Tanto è la palla che deve viaggiare veloce, mica io!”, spiegava, sornione.

Che bella intervista gli feci quella tarda mattina d’agosto. Bella perché parlare di calcio con lui era un gran bel parlare: sempre acuto, anche nella più minuta osservazione; sempre generoso con gli altri, compagni di squadra e avversari; sempre umile con se stesso. Come i grandi, insomma. Intendo grandi uomini, oltre che grandi giocatori.

A fine chiacchierata, io ero così allegro manco fossi brillo per aver tracannato un litro di quello buono e gli feci a squarciagola, perché lo sentissero tutti, lì, nella spiaggia, e non solo i suoi quattro amici di briscola, questo complimento: “Cesto, grazie, grazie di cuore… E non solo per la bellissima intervista che mi hai concesso ma anche per le gioie immense che mi hai regalato, onorando alla grandissima la maglia rosanero!”. Breve pausa e, quasi declamando, sillabai: “Signori e signore, ve lo dice uno che modestamente se n’intende: ho qui davanti il più grande giocatore della storia del Palermo!… E non ammetto repliche!”. Così dicendo l’ho abbracciato, manco fosse mio padre. Lui ricambiò di slancio mentre bofonchiava. “Crazie… Grazie… Io buon giocatore ma il più grande, no!!.”.

“Ah, no? E chi, allora?”.

E lui, impettito, come stesse svelando chissà quale impenetrabile mistero, esclamò con il suo vocione tonante. “Il più grande, il vero genio del calcio rosanero è stato Bronée… Nessuno mai ha avuto il suo talento.… Te lo assicuro!”.

“Bro-née?”, chiesi io, sillabando di stupore.

“Sì, Helge era un genio e come tutti i geni era volubile e incostante. Doveva avere la luna giusta, altrimenti spariva dal campo… Ma se parliamo di talento puro, lui per me è stato il massimo nella storia del Palermo! Garantito!”.

E, da lì, dà l’avvio ad una sfilza di aneddoti riguardanti il danese, prima come persona e solo dopo come campione. E, tra tutti, mi racconta nei dettagli la famosa lite con l’allenatore Gipo Viani, quel giorno che, passato il Palermo in vantaggio, il mister arretrò tutta la squadra a difesa del medesimo. Tranne Bronée, che, privo del tutto di rifornimenti, non toccò più una palla. Helge, che era un “bel tipo”, protestò vivacemente, avvicinandosi alla panchina e Viani, che aveva un caratteraccio, lo redarguì pesantemente. “Sono io l’allenatore… Obbedisci  agli ordini… Sei pagato  per questo!”.

Ma ridiamo la parola a Vycpalek: “E sai che combinò Helge?”, e qui gli scappò una risatona delle sue che rimbombava a chilometri di distanza. Poi, si ricompose, e concluse: “ E sai che fece quel mattacchione di Helge? Arretrò pure in difesa e alla prima palla che gli giunse a tiro la infilò nella sua porta!” Ti lascio immaginare cosa successe negli spogliatoi tra due belve scatenate come Viani e Bronée…”.

Mentre scrivo, mi par di sentire ancora la risatona gorgogliante di “Cesto”, che si batteva i fianchi con le mani, borbottando: “Crande sì, Crande ma matto, matto da legare!…”.

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