Perché Dolce e Gabbana hanno scelto Palermo

È l’evento mondano che a Palermo è sempre mancato. Palermo che ha ospitato i mondiali di calcio, il summit dei Ministri degli Esteri europei, Hillary Clinton allora  first lady, la Conferenza dell’Onu, che per decenni ha sfogliato importanti pagine di cultura e convinto l’Unesco ha issare la sua bandiera sul percorso arabo normanno, eppure con la moda questa stessa Palermo non ci aveva mai preso. Dolce e Gabbana colmano un vuoto storico e c’è da chiedersi perché. Mai in questo campo, dove ogni dettaglio ha un suo valore etico ed estetico, una scelta è casuale. Sarebbe stata troppo banale Milano che della moda è il luogo di culto italiano e in egual modo l’eterna rivale Roma, capitale di troppi giorni da ricordare. Venezia o Firenze, affascinanti e competitive sul piano del patrimonio storico e architettonico, sono troppo distanti dalla rappresentazione per immagini che la coppia di stilisti ha sempre dato alla maison. Restava Napoli, la cui filosofia scugnizza ha spesso catturato, per contrasto,  il mondo patinato, ma che talvolta appare incline all’autocelebrazione.

Perché Palermo, allora. Per le contraddizioni che propone, verrebbe di dire. Perché è capace di offrirsi e restare un passo indietro senza far pesare la sua storia e la sua bellezza. Per quella capacità di miscelare alto e basso che poche città occidentali possono vantare, per la sua luce e i colori che Dolce e Gabbana conoscono bene, per quell’essere provinciale quel tanto che basta per restare a bocca aperta di fronte allo sfoggio dell’effimero.

I due stilisti hanno spesso giocato sui clichè della sicilianità, tra coppole e sguardi proibiti, donne prede e uomini cacciatori, femminilità vestita e semi nudità al maschile. Palermo è il loro set naturale, dentro e fuori i Palazzi. Ma c’è anche altro: la storia e la bellezza non sono medagliette di Leoluca Orlando, la reputazione invece sì. Piaccia o non piaccia, bisogna riconoscere che il sindaco è un partner ideale per chi vuol giocare scommesse ardite sul piano culturale e del costume. Non c’è nessun sindaco in Italia pop come Orlando, capace di essere primo attore anche quando il suo ruolo è la spalla e di saper esaltare il vissuto della città come se ogni giorno fosse il più bello di sempre. È straordinario Nino D’Angelo e a seguire, parimenti, Zubin Metha. Uguali e non per mancanza di aggettivi ma perché rappresentano tasselli fondamentali di quel mosaico caotico che è Palermo.

Ogni evento è la finale di Champions, a forza di dirlo c’è anche chi ci crede. Da più di 30 anni. Un grande ambasciatore di Palermo, per di più dotato di cultura universale, cosa che di fatto inibisce più di un interlocutore. Se Dolce e Gabbana hanno scelto Palermo è per quell’estetica che comprende anche il sindaco, un pacchetto unico dal quale non è più lecito separare il contenuto dal contenitore tanto è stretta la simbiosi.

Certo, poi c’è Palazzo Gangi con tutti i suoi rimandi viscontiani, il cortile della Gam, Piazza Pretoria e Villa Igiea. Ma a questo contesto provate a togliere Orlando: il risultato non sarà mai lo stesso. Le danze cominceranno domani, non potrà essere un bagno di folla per limiti di spazio, ma ci sarà la grande narrazione dei media nazionali e internazionali che viaggiano al seguito di D&G. E al contrario di venerdì scorso, per conquistare spazio su giornali e tv  bisognerà  augurarsi che nessuno cada dalla passerella…

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