Tonino De Bellis, figura inamovibile nella storia del calcio rosanero

Era l’estate del ’57 e il mitico segretario Bracco andò a prelevare alla Stazione Centrale il nuovo acquisto del Palermo, tale Tonino De Bellis (tarantino di nascita, classe 1937) e si trovò davanti due ragazzi, uno aitante e l’altro mingherlino.

Diede subito per scontato che il neo rosanero cui far firmare il contratto fosse quello aitante e gli rivolse subito la parola: “Lieto di averla qui, ho già pronte le carte da firmare, perché presto comincerà il ritiro lei dovrà essere pronto!”.

La trattativa fu semplice e veloce, anche perché De Bellis vantava ottime referenze e il Palermo, per averlo, aveva investito un somma rilevante per i tempi: cinquanta milioni di lire.

Tonino De BellisAl momento della firma del contratto, però, Bracco restò di sale perché a firmare fu il mingherlino e la cosa gli fece sfuggire un “Ooohhh” di stupore: i due erano fratelli, l’uno Tonino De Bellis e l’altro il suo fratello maggiore.

Bracco cercò di tergiversare ma ormai la… frittata era fatta, il contratto firmato e tutti i rischi sulle sue spalle. “Mah, che guaio ho combinato!”, sul momento gli venne da pensare. Senza lontanamente immaginare che quello scricciolo di ragazzo si sarebbe presto affermato come il difensore arcigno e roccioso, che non aveva paura di nessuno e che i tifosi avrebbero presto scelto come il loro beniamino.

Il Palermo che De Bellis trovò era appena risalito in serie A, ma l’aria che circolava non era poi così salubre: il presidente era Casimiro Vizzini , il segretario-factotum era Totò Vilardo, una specie di antesignano di Zamparini, vista la facilità con la quale esonerava gli allenatori: quella prima stagione di De Bellis in rosa, ne cambiò tre: Rava, Kossovel e Rigotti.

Ma lui entrò presto nelle grazie del mister di allora, l’ex gloria della Nazionale e della Juve Rava, che lo gettò subito nella mischia, in questa formazione: Angelini; De Bellis, Sereni; Aggradi, Benedetti, Malavasi; Vernazza, Biagini, Gomez, Lodi, Sandri.

Erano arrivati, con lui, anche Vernazza e Gomez, due argentini dai grandi trascorsi. Recenti, quelli di Vernazza, non altrettanto, quelli di Gomez, del quale non risultava chiara neppure la data di nascita. Lui diceva trenta ma nei documenti ne risultavano almeno cinque di più.

Il primo problema, per entrambi, comunque fu l’ambientamento: dall’Argentina al Palermo il passo era lungo e gli addetti stampa dei tempi, ammesso che nel Palermo di Vilardo contassero qualcosa, non avevano l’esperienza per il severo compito che gli spettava.

Ci pensò allora Tonino De Bellis a tenere unite le fila, anche fuori dal campo e specialmente con Ghito Vernazza intrattenne subito rapporti di grande amicizia, tanto da fargli da cicerone-guida-interprete e ospitarlo, nei primi mesi, a casa sua.

De Bellis, subito un compagno, un amico, un fratello, su cui contare sempre e la cosa non poteva sfuggire agli allenatori che avevano sempre la massima fiducia in lui, sia come giocatore che come collante in campo col resto della squadra. Se c’era un compagno di squadra da allertare per qualche mossa tattica o da rimbrottare per qualche errore, c’era lui, con i suoi modi gentili a far da tramite e risolvere il problema.

Insomma, averlo in campo, uno come De Bellis era una garanzia, sia sotto il profilo del rendimento tecno-tattico, sia sotto quello dello spirito di squadra che lui trasmetteva agli altri anche solo col suo impegno spasmodico dal primo all’ultimo istante della partita.

Quanto sopra, è la sintesi dei miei ricordi personali più su De Bellis-uomo che su De Bellis giocatore. Su quest’ultimo ne ho un paio, con annessi aneddoti esplicativi, che la dicono lunga su come veniva inteso il senso del dovere allora e sulla capacità di amare, onorare e servire la maglia che si indossa.

Ebbene, sotto questo aspetto Tonino resta un esempio mirabile, che sfida il tempo e le sue miserie. Quelle che hanno trasformato il calcio romantico dei suoi tempi nel business spesso ingordo ch’è diventato ai giorni nostri: allora non c’erano le sirene che oggi distolgono anche i giocatori più adamantini dal loro attaccamento alla maglia. Sì, allora era più facile, restare fedeli ad una squadra perché le tentazioni e le lusinghe del dio denaro non erano certo quelle di oggi. Ma è altrettanto vero che di persone di cuore, semplici innamorati del proprio mestiere più che della carriera e dei soldi, allora ne circolavano sicuramente di più. E uno di questi era De Bellis, che, pur costretto per motivi di cassa, ad accettare nel ’61 il Venezia, restò sempre con la testa e col cuore fedele al Palermo, tanto da tornarvi nel ’64 e restarvi sino a fine carriera, che, causa infortuni in serie, si chiuse nel ’71.

Ma dicevo delle sue qualità come giocatore: De Bellis era un terzino-mignatta dei tempi, quando era sacra e inviolabile la marcatura ad uomo e la tattica era una serie di regole semplici, buone per tutte le squadre: quelle forti attaccavano e vincevano, se riuscivano a sgusciar fuori dai contropiedi avversari.

Ed ecco l’aneddoto principe della sua lunga milizia rosanero: il suo duello infinito con Baldini del Como e poi della Sampdoria. Ogni volta che i due si incontravano faccia a faccia, gambe contro gambe e testa contro testa, finiva ad ossa rotte e sangue che sgorgava tipo fontanella. L’uno, Baldini, era un’ala dribblomane col vizio del gol, e l’ordine imperativo era quello di fermarlo, ad ogni costo. E siccome il comasco, oltre ad essere veloce e sgusciante, era anche rissoso e provocatore, un dribbling prima e uno , dopo, a mo’ di sberleffo, De Bellis s’infuriava come un toro col drappo rosso davanti agli occhi e partivano calcioni a tignitè. E quello usciva anzitempo dal campo, come d’altronde usciva lui per il rosso che gli sventolava in faccia l’arbitro.

E l’ultima volta fu ferale per entrambi, che in uno tackle più cruento dei soliti, ci rimisero una gamba per uno. Infortunio di una gravità tale da accelerare per entrambi la fine della carriera. Anche una “Roccia”, com’era staro subito ribattezzato da tifosi e stampa, finisce che si rompe, e così fu per Tonino De Bellis. Per trovarne un’altra uguale – se non più forte – il Palermo, dopo averlo ceduto al Venezia (estate ’61), dovette sostituirlo nientemeno che col friulano Tarcisio Burgnich.

E, per chiudere, un’ultima nota: De Bellis è un punto inamovibile nella storia del calcio rosanero, e ciò malgrado fosse solo un terzino, tutto cuore e coraggio gettato oltre l’ostacolo: fisico mingherlino (1,70 di altezza e 65 kg di peso) che diventava di acciaio per l’avversario di turno. Qualità morali, dunque, ben al di là di quelle tecniche: ve l’immaginate se, con queste virtù anziché spazzare l’area di rigore come mestiere avesse fatto quello ben più ammaliante del goleador?

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