Eros, perdonami: preferisco il Pride

In ventiquattro ore si concentrano due fenomeni su cui riflettere: il pop omologato di Ramazzotti e Fedez e l’eversione esplosiva di un corteo che ci ricorda le regole principali del vivere civile. Non sono alternativi, ma se proprio si deve scegliere…

Posso dire che oggi non è il giorno del concerto di Radio Italia ma quello della vigilia del Pride? Anzi la metto giù in maniera più brutale: come in Spagna non vado alla corrida non trovo un seppur blando motivo per eccitarmi all’idea di questo festivalbar 2.0, fatto della peggiore retorica musicale italiana, senza distinzione di generi e generazioni, da Ramazzotti a Fedez, da Rovazzi a Morandi.
Non mi interessa, non lo reputo un evento, mi dispiace constatare che siamo sotto periferia dell’impero anche per gli aventi pop ( e non parliamo di rock, lì bisogna fare ancora i viaggi della speranza…), ma apprezzo che Radio Italia abbia inserito Palermo in questa kermesse itinerante. Così almeno per un giorno una consistente fetta della nostra città avrà in regalo il suo modello di evento, la possibilità di qualche selfie d’autore (?) e di cantare in coro la musichetta ascoltata tutto il giorno in cuffia. Liberi loro di andare, libero io di starmene alla larga. È una regola della civile convivenza spingere la propria libertà fino al confine di quella altrui. Sono contento per chi questa sera godrà al Foro Italico. A questo travestimento culturale preferisco – io etero senza riserve – quello che senza riserve potrò godermi domani, dove il travestimento ha un significato che supera di gran lunga la retorica che ogni rito contiene.
Il Pride è esibizione. Ha ragione il collega Totò Rizzo, chi non vuole vedere si giri dall’altra parte. Non puoi chiedere al coro della chiese di Harlem di cantare il gospel in falsetto, bisogna sapere rispettare l’identità delle cose secondo le regole che solo i protagonisti di quelle cose si vogliono dare. Ha ragione Rizzo – e chi meglio può saperlo degli abitanti di una città convenzionale – c’è ancora bisogno della gaia sfilata, dei colori e degli eccessi, c’è ancora bisogno di tenere alto il vessillo della diversità affinchè essa stessa diventi patrimonio culturale di ogni individuo. La Palermo delle istituzioni un passo avanti lo ha fatto da tempo, l’immagine di Orlando con il boa di piume colorate potrebbe apparire ridicola, ma è l’esempio di come sia necessario in ogni sede tentare di abbattere barriere culturali non ataviche ma costruite da qualche secolo in nome dell’intolleranza culturale e della rassicurante omologazione.
L’ostentazione non mi piace sia che si tratti di sessualità che di Rolex. Però mi piace ancora meno l’ipocrisia: intollerabile il non vedere, ingiustificabile il non capire che del Pride abbiamo bisogno ( e non solo a Palermo) per togliere il freno inibitore al nostro pensiero. Si chiede adesione, accettazione e rispetto di un’idea culturale semplice semplice: la libertà di esistere (e il come esistere) è un inalienabile diritto individuale. Le leggi sono una cosa, le regole morali talvolta sono il travestimento dietro cui si cela l’incapacità di concepire il diverso da noi e l’abitudine ( questa sì atavica) di usare il nostro ombelico come termometro della temperatura del giusto. Avvertenze prima dell’uso: il Pride è contagioso, statene alla larga se non vorrete correre il rischio di contrarre il virus della civiltà.



ph. © GRAZIA BUCCA / STUDIO CAMERA

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